Disperdersi, trovare con un viaggio lungo uno schiocco di dita, un nuovo e antico mondo, capace di far apparire dinanzi ai tuoi occhi proprio l’orizzonte che stavi cercando.
Nell’estate del 2016, nei mesi di Luglio e Agosto ho preso in affitto una casa in quel di Casaprota, un paesino nel cuore della Sabina, che persino io, legata a quelle terre per vincoli familiari, non avevo mai visitato, sebbene dopo la mia scoperta mi sia capitato molto spesso di incontrare persone che per i motivi più vari conoscevano benissimo il minuscolo paese.
Col peso imprescindibile della mia borsa fotografica ho cominciato da subito le mie escursioni tra i vicoli di Casaprota tra gli sguardi scanzonati e curiosi dei signori in piazza, accaniti giocatori di tresette e le paciose signore assise davanti le proprie case nella più canonica delle immagini di paese. Ero felice.
Il secondo giorno, verso sera, percorrendo la via principale, sarà stata la via principale? ebbene mi sono soffermata dinanzi un cancello chiuso dal quale s’intravedeva un bellissimo giardino che si apriva dalla parte opposta su una vista incantevole di valli e colline arrossate dal tramonto. Il giardino – ho scoperto subito dopo – faceva parte di una vecchia villa che chiamano Palazzo del gatto e dove, sbirciando tra le finestre accostate del pian terreno, vidi una donna intenta a dipingere.
Ecco dunque come ho scoperto questa officina d’arte nel mezzo del “mio” paesino. Il Palazzo del gatto è la sede dell’Associazione culturale SabinARTi (creative residences) che accoglie un ristretto numero di artisti, (per ragioni di spazio ma anche per una insindacabile selezione) che possono esprimere la propria creatività ispirandosi, così chiede formalmente l’Associazione, al territorio. Visitando il sito si scopre che la residenza è aperta ai creativi in senso ampio, includendo quindi anche gli scrittori. Durante il mio soggiorno non è tuttavia capitato che fossero organizzati eventi letterari ma ho invece avuto il piacere di visitare le mostre pittoriche (con una cadenza quindicinale) di artisti di grande pregio, con un curriculum di tutto rispetto e tutti provenienti dai paesi più disparati: dalla Svezia, alla Colombia, da Israele all’Olanda, nemmeno un italiano, un caso? Non so. Nel corso di quei due mesi ho osservato quanto fosse singolare, per certi versi miracoloso, che un paese discreto e sornione, silenzioso durante le ore della canicola, come probabilmente lo sono quasi tutti i paesini italiani d’estate,  s’animasse d’improvviso durante le mostra. Capitava infatti che la quiete del pomeriggio, verso le 18, lasciasse spazio ad uno sgorgare di presenze imprevedibili e incongrue: artisti di varie nazionalità, villeggianti, poeti, intellettuali, sostenitori Casaprotani che non si perdono un evento, bambini di idiomi differenti che giocavano in giardino allegramente indifferenti del loro idioma. Con accompagno poi di sottofondi musicali fuori tempo, fuori contesto: canzoni italiane anni 70, Aznavour, musica popolare cilena e  a suggellare quella visione fatta della stessa pasta dei sogni: vino frizzante, noccioline a valanga, salamini locali e caci/discount, felini e cani (i veri padroni) che si aggiravano indisturbati tra le opere e il giardino.
Un puntino nel mondo nel quale potevi trovare l’intero mondo.
Ma poi, non è così in tutte le cose?

Maria Letizia Avato

Le foto qui sotto sono di Sambiagio, nome d’arte di Maria Letizia Avato

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