Abbiamo chiesto a Chiara Carbone, classe ’87, di raccontarci perché nel suo bel racconto “Il funerale di nonna Anna” –  che è stato recentemente tra i vincitori della sezione Junior del Premio FITEL”Storie inaspettate 2020″ ( https://www.fitel.it/cultura/premio-letterario-al-via-la-v-edizione)  ha scelto di ispirare la sua storia al sogno di fondare una residenza letteraria:

Sono nata a Pozzallo, un piccolo paesino siciliano sul mare  in da due anni mi sono trasferita in Irpinia per amore. Giornalista pubblicista e web writer, la scrittura è la mia grande passione, il modo che ho sempre utilizzato per evadere dalla realtà, ma anche per affrontarla e mettere i pezzi della mia vita in ordine.  Sogno un giorno di avere la possibilità di “ritirarmi” a scrivere un libro in una residenza per artisti come quella creata da Anna, la protagonista del mio racconto: un luogo magico, lontano dalle incombenze della vita quotidiana, dove vivere solo di parole“.

Ed ecco il suo racconto, rivisto per l’Atlante delle Residenze Creative, che nonostante il titolo triste è invece scoppiettante, pieno di colpi di scena e personaggi originali:

Il funerale di nonna Anna

“La nonna Anna è morta”. A comunicarmelo è mia madre. Sono le quattro del mattino e quando ho sentito il cellulare squillare mi è quasi venuto un colpo, perché si sa che quando ti telefonano a quell’ora saranno certamente brutte notizie.
Tiro un sospiro di sollievo e mentalmente maledico la mia genitrice che ha deciso di svegliarmi nel cuore della notte solo per dirmi che la vecchia strega ha tirato le cuoia. Non posso fare a meno di pensare che avrebbe potuto aspettare qualche ora a chiamarmi, dopotutto saperlo alle otto, dopo il caffè, non avrebbe cambiato molto le cose, ma tant’è, ormai sono giù dal letto, ed è pur sempre sua madre mi dico, mostrerò un po’ di comprensione.
“Mi dispiace. Ma cosa è successo? Quando l’ho vista il mese scorso stava benissimo”.
Tanto bene che nell’ordine mi aveva dato della fallita, mi aveva fatto notare di essere ingrassata e aveva criticato il mio cappotto a suo dire “pieno di peli di sudici gatti”.
“Un infarto. Camilla ha chiamato subito l’ambulanza, ma i medici non sono riusciti a recuperare la situazione. Per il funerale passeranno un paio di giorni visto che è morta in ospedale” mi spiega tra i singhiozzi.
Camilla è una vecchia amica che si è trasferita da lei dopo la morte di mio nonno. Non si era mai sposata e avevano deciso di tenersi compagnia. Una santa, vi assicuro. Una donna dolce, gentile, sempre allegra. Tutto il contrario di mia nonna insomma. Non capisco come potesse sopportare di vivere con lei infatti, ma forse la solitudine, quando si è anziani, è la cosa che fa più paura e ci fa accontentare anche di pessimi coinquilini.
“Va bene, più tardi prendo la macchina e torno a casa. Il tempo di sistemare le cose in libreria. Ci vediamo per pranzo”.
“Grazie tesoro, ci vediamo presto”.
Ecco, essere figli unici in questo caso è una gran fregatura. Se avessi avuto qualche fratello o sorella avrei proprio evitato lo sbattimento di tre ore di macchina per presenziare al funerale di quella vipera, di cui porto anche il nome. Senza contare che mi sarei risparmiata volentieri la bella riunione di famiglia. Ma so che mio padre non è il massimo in questi momenti e mia madre ha bisogno della mia presenza. Così ho chiesto a Sofia, la studentessa che ho assunto part time, di aprire la libreria almeno mezza giornata e ho lasciato le chiavi all’adorabile vicina che si occuperà dei miei gatti mentre sono via. Infine ho fatto il pieno, acceso la radio e sono partita. Direzione Seggiano, minuscolo paesino toscano in provincia di Grosseto.
Io mi sono trasferita a Bologna per studiare all’Università. Dopo quattro anni di giurisprudenza, pochi esami e molte liti con i miei genitori, entrambi magistrati, ho lasciato gli studi e ho cominciato a lavorare in una libreria. Quando tre anni dopo la proprietaria ha messo in vendita l’attività, l’ho comprata. Inaspettatamente mamma e papà non hanno fatto troppe storie e si sono prestati come garanti per il mutuo. Dopo i primi due anni di assestamento le cose cominciano ad andarmi proprio bene. Capiamoci, mi sono impegnata: aperitivi letterari, club del libro, corsi di scrittura creativa, laboratori per bambini, incontri con autori, serate per nerd amanti di fumetti e graphic novel e una miriade di altri progetti. Di questi tempi devi ingegnarti per restare a galla e competere con i colossi online. Ma sono fiera di me e amo il mio lavoro.
Il gruppo whatsapp dei cugini naturalmente è in subbuglio. Niente “Buongiornissimo caffè” stamattina. È già partita una maratona di ricordi non proprio nostalgici su tutte le cattiverie che la cara nonnina negli anni ha dispensato ad ognuno di noi, nessuno escluso.
La domanda che si pongono tutti, ma che nessuno ha il coraggio di pronunciare a voce alta o affidare alla tastiera dello smartphone però è: “A chi andrà la villa di famiglia?”.
Dovete sapere che la vecchia era abbastanza ricca e i suoi nonni avevano origini nobili. Di quel passato rimaneva una splendida villa di campagna, circondata da vigneti e oliveti, dove la nonna si trasferiva in estate e dove si sono sempre tenuti tutti gli eventi di famiglia più importanti, dalle feste di battesimo, ai diciottesimi, alle lauree, fino ai matrimoni. Non è facile mantenere un tipo di casa di quel genere, ci vuole una buona quantità di pazienza oltre che di denaro, che a nonna di certo non mancava. È stata, dobbiamo ammetterlo, una scrittrice di successo. Storica autrice di libri per bambini, da non crederci, lei che non era propriamente una fan dei mocciosi. Dalle sue storie era stato tratto anche qualche film d’animazione ed era diventata l’incubo di diversi registi.

Mi ricordo ancora di quella volta che, dopo avermi spiegato le frazioni con una torta, avrò avuto otto anni, non me ne volle concedere neanche una fetta perché “troppi zuccheri fanno male ai bambini”. Come invidiavo la mia amichetta Beatrice che veniva riempita di baci e caramelle dai suoi nonnini. Io avevo solo nonna Anna, gli altri se ne erano andati tutti quando ero piccola e odiavo passare il tempo con lei. Così come non amavo i pranzi domenicali in sua presenza: aveva sempre qualcosa da ridire, una volta erano i capelli a non andar bene, un’altra lo smalto o i vestiti. Non si riusciva mai a passare il suo esame, in ogni occasione trovava qualcosa su cui sentiva il bisogno di esprimere il suo disappunto. Quando la signora Camilla si è trasferita da lei avevo 10 anni e da quel momento ho cominciato a fantasticare che quella dolce vecchietta fosse la mia vera nonna. Se la scuola andava male, le mie storie d’amore non decollavano, gli amici si dimostravano diversi da quello che credevo, io chiamavo Camilla.

Arrivata a casa dei miei vengo investita dall’odore di sugo al pomodoro e pane caldo, non appena varcata la porta. Mia madre quando è turbata, triste, arrabbiata, si sfoga cucinando. Piange e cucina o urla e cucina a seconda dei casi. Dopo averle comunicato che avrei lasciato l’Università sfornò focacce e ciambelloni per tre giorni. I vicini credo lo ricordino ancora, perché si aggirava per il quartiere distribuendo le sue creazioni a gente con cui aveva scambiato sì e no due parole in vent’anni.
“Ciao tesoro, che bello vederti”, mamma mi stringe forte.
Papà sta addentando una fetta di pane caldo condita con un po’ di olio buono, produzione degli oliveti di nonna Anna. Gli dico subito di tagliarne un po’ anche per me. Un morso e mi sento di nuovo una bambina magrolina con la treccia, appena rientrata dopo aver giocato in giardino.
“Il funerale è in programma per domani, ma l’avvocato vuole vederci oggi pomeriggio. Credo per la questione della casa. Non ho capito perché mamma abbia voluto creare tutto questo scompiglio con la villa, bastava dividere tutto come ha fatto per le altre proprietà. Abbiamo appuntamento a casa di zia Sara alle 16:30. Mangiamo, fai una doccia e andiamo”.

Eccoci qui, zii e cugini, non manca nessuno. Le due sorelle maggiori di mia madre hanno due figli ciascuna, una è divorziata e l’altra non si è mai sposata, ma convive felicemente da 45 anni. I miei cugini hanno messo al mondo complessivamente altri sei bisnipoti che attualmente hanno età compresa tra i 13 e i 2 anni e a cui in realtà la nonna si è sempre mostrata abbastanza affezionata. In effetti una delle ipotesi più accreditate è che la villa verrà suddivisa tra i marmocchi. Fatto che sarebbe alquanto seccante, visto che i miei genitori aggiungerebbero la cosa alla lunga lista dei motivi per cui il mio non avere figli e un compagno stabile alla mia età è assolutamente inaccettabile.
In realtà credo che questo sia l’ultimo dei suoi tiri mancini: farci guardare con sospetto l’uno con l’altro per poi far dichiarare al suo avvocato che la casa e i terreni andranno in beneficenza a qualche ente religioso. La immagino già che ride e si fa beffe di noi dai piani alti o forse bassi, perché no, potrebbe benissimo essere finita all’inferno.
Io sono la nipote minore, quella che si chiama Anna come la nonna, ma non nutro nessuna speranza nel fatto che la vecchia possa aver lasciato la sua dimora di famiglia a me.
Nell’anno del mio ormai famoso abbandono agli studi ero andata dalla nonna con un progetto: trasformare la villa di famiglia in una residenza per scrittori, uno di quei luoghi magici in cui gli autori si rifugiano per scrivere il proprio romanzo in pace, ma anche un posto dove organizzare corsi di scrittura creativa o di formazione con editor e case editrici. Mi ero fatta aiutare da un amico laureato in economia a stilare un vero e proprio business plan, un piano marketing e tutto il pacchetto. Avevo preso l’affare molto seriamente e avevo presentato la mia idea un pomeriggio piovoso di febbraio all’arpia che, dettaglio non trascurabile, essendo una scrittrice mediamente quotata, aveva i contatti giusti per far partire l’attività. All’inizio mi era sembrata piacevolmente stupita dal mio progetto e non mi aveva neanche immediatamente liquidata come temevo. Poi dopo qualche giorno per telefono aveva abbozzato un paio di scuse: non le sembravo pronta, l’investimento era rischioso, lei non se la sentiva di esporsi e di aiutarmi e bla bla, fine dei giochi. Insomma non se ne era fatto niente e io mi ero rassegnata. E anche se quell’idea era ancora chiusa da qualche parte nel profondo del mio cuore, non ci pensavo quasi più. Sapevo che le bocciature della nonna erano definitive. Per questo il contenuto della lettera mi ha lasciato così stupita da costringermi a chiedere conferma a mia madre, tanto ero convinta di aver capito male.

“Lascio la villa di famiglia interamente a mia nipote Anna, purché accetti alcune condizioni che le verranno comunicate privatamente. Spero che nessuno si ritenga offeso da questa mia scelta, so di non essere stata la miglior madre, né tanto meno la miglior nonna possibile e sono cosciente del fatto che la mia decisione potrebbe creare tensioni familiari. Anna è semplicemente quella più simile a me, quella che comprendo meglio e con la quale forse sono sempre stata più dura. È il mio modo per farmi perdonare”.

Mia madre, che non è brava nascondere le emozioni, è palesemente fuori di sé dalla gioia. Ho dovuto bisbigliarle di controllarsi e ricordarle che le sue sorelle e i suoi nipoti erano ancora lì e probabilmente cercavano di digerire l’ennesima insensata decisione della nonna. Io invece sono attraversata da uno tsunami di emozioni contrastanti: vorrei mettermi a saltellare per tutta la stanza mostrando il dito medio ai cugini spacconi, con le loro famiglie e vite perfette, ma allo stesso tempo non posso fare a meno di ripensare con terrore a quelle “condizioni che mi verranno comunicate in forma privata”, perché sono consapevole che dietro questo grande gesto di generosità si nasconde qualche fregatura colossale. Ma poi che significa che sono la più simile a lei? A parte il nome non mi pare che abbiamo mai avuto molto in comune. L’avvocato interrompe i miei pensieri e mi dà appuntamento nel suo studio per le 18:30, prima della chiusura. Mi raccomanda di andare da sola, neanche i miei genitori potranno ascoltare: sono chiare disposizioni della nonna. Solo Camilla potrà presenziare.
Camilla? Continuo a non capire ed allo stesso tempo a temere questo eccesso di segretezza, ma purtroppo non posso certo mettermi a controbattere.
Io e mamma decidiamo di andare a prendere una cioccolata calda al nostro bar preferito, in attesa che arrivi l’ora dell’appuntamento. Lei naturalmente è un po’ contrariata di non poter prendere parte all’incontro e mi ripete diecimila volte almeno che, se mi chiedono di firmare un qualsiasi contratto, devo pretendere di poterlo far visionare ad un legale di fiducia, se non è possibile farlo esaminare ai miei genitori.
“Non che non mi fidi di mia madre, ma lo sai che è sempre stata un tipo particolare. Meglio fare attenzione” sentenzia addentando un biscotto al burro. E io non posso certo darle torto.

Lo studio dell’avvocato Rizzotti è arredato con gusto e le poltrone della sala d’attesa sono così comode che sono quasi tentata di chiedergli dove le abbia prese, mi piacerebbe acquistarle per la sala lettura della mia libreria. Camilla mi sembra un po’ agitata, ha risposto a monosillabi a tutte le mie domande e non ho capito se lei sia già al corrente della natura delle richieste della nonna per entrare in possesso dell’eredità.
La segretaria, che nasconde la faccia stanca di chi non aspetta altro che tornare a casa dietro un sorriso tirato, ci comunica che l’avvocato è pronto a riceverci e ci invita a seguirla. Io e Camilla attraversiamo un piccolo corridoio che mi sembra interminabile, entriamo nella stanza che ci viene indicata e chiudiamo la porta dietro di noi.
“Prego, prego accomodatevi. Posso offrirvi un caffè? Una tisana? dell’acqua?”
Entrambe rispondiamo che siamo a posto e Rizzotti mi mette davanti una busta.
“Tutte le spiegazioni e le richieste di sua nonna sono specificate in questa lettera che le ha lasciato. Io naturalmente ne conosco il contenuto, dato che dovrò assicurarmi che lei rispetti le volontà della signora D’Altolengo, ma non si preoccupi, sono tenuto al segreto professionale. Vi lascio il tempo di leggere e ritorno fra un quarto d’ora. Ecco forse vista la situazione mezzora è meglio. Fate con comodo, a dopo”.
Ok, ora sono ufficialmente spaventata. Cosa ci sarà in quella lettera di tanto sconvolgente che ha fatto sentire in dovere l’avvocato di tranquillizzarmi sul fatto che non spiffererà nulla e su cui dovrei meditare addirittura per mezzora nel suo studio?
Camilla fissa la punta delle scarpe per non guardarmi negli occhi e il suo comportamento fuga ogni mio dubbio: lei sa. Tanto vale prendere la situazione di petto e aprire quella dannata busta.

Cara Anna,
sono certa che sarai stupita e curiosa a questo punto. Sono una scrittrice, ma sono seduta alla mia scrivania da quasi un’ora cercando le parole giuste da usare in questa situazione. So che non sono stata la nonna che tutti i nipoti vorrebbero, non ho mai pronunciato parole rassicuranti, preparato torte o nascosto banconote nelle tasche tue o dei tuoi cugini. Non è da me, sono una donna dura, forse anaffettiva a volte, ma la vita nei miei confronti non è stata semplice e mi ha fatto ergere barriere e corazze, affinché nessuno potesse vedermi dentro, capire. Non so se tu sia mai riuscita a intuire qualcosa, ma Camilla non è una semplice amica, è l’amore della mia vita. Ho accettato di sposare tuo nonno, di mettere a tacere me stessa, non solo perché la mia famiglia me lo ha imposto, ma anche per “quieto vivere”, perché io stessa ero terrorizzata da quello che 60 anni fa sarebbe stato un vero scandalo. Ma se a ventidue anni, quando mi sono sposata, ero ancora una ragazzina insicura, dopo la morte di tuo nonno, vent’anni fa, avrei potuto gridare a tutti la verità ed essere libera. E ancora una volta ho scelto di non farlo, troppo debole per affrontare il giudizio dei miei figli, dei miei nipoti, del mondo. A farne le spese non sono stata soltanto io, ma anche Camilla, che ha portato luce nelle mie giornate e mi è sempre stata accanto, nonostante il mio brutto carattere. Tutto questo per dirti che non voglio assolutamente che tu faccia il mio stesso errore. Ho sperato che prima o poi, tenace come sei, avresti trovato il modo di fare quello che voi giovani chiamate coming out. Sì, so di te. Lo so da molto tempo. Da quando andavi alle feste con i fidanzatini del liceo, solo perché tutti si aspettavano che lo facessi. Ho sempre ammirato il tuo saper prendere decisioni che sapevi non sarebbero state condivise dagli altri, il tuo andare avanti per inseguire la tua felicità, per questo non comprendo la ragione per cui non ti dichiari. Non voglio che tu viva nell’ombra come ho fatto io.
La proposta che mi avevi fatto qualche anno fa, quella di trasformare la villa in una residenza per scrittori, credo sia ottima e abbia molte potenzialità. Mi è costato molto negarti quella possibilità, ma tua madre a tempi mi ha pregato di non assecondarti. Sperava avresti ripreso gli studi e comunque voleva che trovassi la tua strada da sola, senza aiuti esterni, dal momento che avevi deciso di lasciare l’Università. Non essere arrabbiata con lei, i genitori fanno sempre errori e ha trovato il suo modo di rimediare quando si è proposta come garante per il mutuo della libreria. Era molto orgogliosa di te, di come ti eri resa indipendente e si era accorta che eri finalmente felice.
Detto questo, le mie condizioni affinché tu entri in possesso della villa di famiglia, sono tre:
– che ti impegni a realizzare il progetto della residenza per scrittori;
– che Camilla sia tua socia nell’impresa e che possa vivere lì fino a quando le farà piacere;
– che tu riveli a tutti la verità sul mio orientamento sessuale e anche sul tuo, al mio funerale. Lo so che ti sembrerà avventato, ma è inutile perdere tempo (non ti preoccupare padre Andrea è molto progressista ed è giovane, dovrebbe reggere il colpo). Penserai che abbia voluto farti il mio ultimo “scherzo da strega”, ma fidati, uscire allo scoperto ti farà sentire libera. Non auguro a nessuno di vivere con un macigno sul cuore ogni giorno come ho fatto io.
Con affetto,
Nonna Anna.

Mezzora? Quel tizio in cravatta mi ha dato mezzora? Per digerire tutta questa storia non basta la vita intera! Mia nonna era gay, la sua dolce coinquilina è in realtà la sua fidanzata di lunga data e vero amore della sua vita. E non è tutto: sapeva che anche io sono lesbica ma, non si capisce bene perché, ha deciso di tacere da viva, per poi chiedermi di fare coming out per entrambe al suo funerale, in una chiesa cattolica. Ma tanto padre Andrea è progressista, certo. Chissenefrega. E mi ricatta con la villa. È proprio una strega, confermo.

“Nonno sapeva?” mi rivolgo a Camilla.
“Sì, sono stati buoni amici. Lo aveva accettato e ha avuto anche altre storie”.
“E a te questa situazione stava bene?”
“Diciamo che come molte donne e uomini dei miei tempi me la sono fatta andare bene. Dopotutto siamo state felici, tu e i tuoi cugini siete come dei nipoti per me e tua madre e le tue zie come delle figlie. Ho avuto la famiglia che desideravo e sono stata con la donna che amavo fino alla fine dei suoi giorni” mi dice, mentre le lacrime cominciano a scendere sulle guance.
Prendo la mano di Camilla, quella vecchietta di 83 anni suonati che si trova in questa situazione per colpa della sua strampalata compagna mi fa tenerezza.
“E per te sarebbe ok se seguissi la volontà di nonna e rivelassi il vostro segreto a tutti?”
“Sì, ne abbiamo discusso. Se non siamo noi a dare l’esempio, come possiamo chiedere a te di fare una cosa simile?”

“Bell’esempio!” penso tra me e me. Ha aspettato di crepare per darmi questa grande lezione di vita. Magari me ne avesse parlato prima, sarebbe davvero potuta essere d’aiuto.

“Non capisco il senso di questa cosa Camilla, davvero. E se fosse morta fra vent’anni da centenaria? Mi avrebbe aiutata ad essere libera prima o avrei dovuto comunque aspettare il suo funerale?”
“Capisco che sei arrabbiata. E hai ragione non ha senso. Le ho detto mille volte che con te avrebbe dovuto fare un discorsetto già da anni”.
“Da quanto sospettate di me?”
“Da quanto sappiamo vuoi dire. Non è mai stato un semplice sospetto. Da sempre Anna, e mi è dispiaciuto vederti rinunciare a Lucilla qualche anno fa. Voleva più di una storia che non poteva andare oltre Bologna, vero?”
Cavolo, ma come facevano a saperlo? Raro caso di megere lesbiche indovine? Solo a me il radar gay non ha mai funzionato?

L’avvocato Rizzotti rientra timidamente nella stanza. “Allora, tutto ok?” chiede un po’ a disagio.
“Se così si può dire!”
“Ha già preso una decisione?” mi chiede.
“No, ma il funerale è domani pomeriggio, quindi dovrò farlo presto. Ci vediamo lì? Immagino dovrà accertarsi che rispetterò le condizioni”.
“Sì, ma non si preoccupi, sarò l’unico estraneo alla famiglia e agli affetti più stretti. Niente colleghi di sua nonna, giornalisti o parenti lontani alla funzione. La signora è stata categorica”.
Oh che santa donna! Devo ricordarmi di ringraziarla quando ci rivedremo nell’aldilà! Mi ha addirittura evitato di finire su tutti i giornali. Già immaginavo i titoli. “Nipote della nota scrittrice per bambini rivela al funerale l’omosessualità di entrambe”. Il video del mio discorso avrebbe fatto il giro del web e mi sarei ritrovata a ricevere inviti nei peggiori salotti televisivi. Grazie nonna di avermi evitato la gogna mediatica e di avermi riservato soltanto quella di parenti ed amici intimi.
Naturalmente a casa mamma è pronta a farmi il terzo grado. Le dico chiaramente che la nonna mi ha giocato un bello scherzetto e che per avere la villa avrei dovuto tenere un discorso al funerale che sicuramente non avrebbe incontrato l’approvazione del prete. Le racconto delle altre condizioni, quella di impegnarmi a realizzare il progetto della residenza per scrittori e di lasciare vivere lì Camilla per quanto lo vorrà. Mi sembra un po’ spaventata, mi afferra con decisione ma con affetto, e mi dice che seppure dovessi umiliarmi e presentarmi nuda in chiesa non devo rinunciare alla villa. Chiaramente si sente in colpa, visto che se lei e mio padre avessero dato il loro assenso io avrei già avviato la mia impresa da anni e ora forse non dovrei subire questo ricatto. Mi fa tenerezza però e decido di non dirle che so tutto.
Stanotte sono consapevole che non riuscirò a dormire, quindi tanto vale mettersi al pc e intanto preparare il discorso. Poi deciderò se usarlo, mi dico, anche se dentro di me lo so che sarei pronta a rapinare una banca per poter realizzare quello che è sempre stato il mio sogno nel cassetto.

“Parenti e amici – comincio a digitare – sapete tutti che la nonna aveva un senso dell’umorismo molto particolare e forse prima di lasciarci definitivamente aveva voglia di farsi due risate alle nostre spalle”.

“No, no. Così non va” mi dico, troppo rancore e rabbia repressa già dall’attacco. E poi meglio non tergiversare e andare dritte al punto, senza troppi giri di parole. Dopotutto la nonna diceva che non c’era qualità che apprezzava più nelle persone che il dono della sintesi.

“Cari parenti e amici, la nonna mi ha affidato un annuncio. Voleva liberarsi di un segreto che ha custodito per molti anni: era lesbica”.

“No, no, nemmeno così va bene, troppo diretto. Riproviamo” penso.

Tra scritture e riscritture l’orologio segna le tre, ma sono soddisfatta e mi metto a letto pervasa da un mix di terrore e rassegnazione.
La giornata scorre più velocemente di quanto sperassi e in men che non si dica è già l’ora di prepararsi per l’ultimo saluto alla vecchia. Indosso il tailleur nero fighissimo e un bel tacco, passo la piastra e metto in piega i capelli. Trucco leggero. Se devo fare una figura di merda, almeno la farò in grande stile.
Appena io, mamma e papà scendiamo dalla macchina sento tutti gli occhi della famiglia puntati su di noi. Forse sono paranoica? No, non credo. È più probabile che i miei cugini vogliano vedere la mia testa rotolare giù per le scale della chiesa. Ma dopotutto, penso, saranno presto accontentati. Magari non mi odieranno più così tanto dopo il funerale.
L’avvocato Rizzotti ha già preso posizione tra le ultime file per non dare troppo nell’occhio e quando incontra il mio sguardo mi fa un piccolo cenno che prendo come un incoraggiamento. La celebrazione si svolge come da tradizione. Il parroco è un ragazzo davvero dolce, ci regala parole molto belle e alla fine annuncia il mio intervento.
“So che la nipote, Anna, vorrebbe dire qualche parola sulla nonna. Prego”.
Ecco “vorrebbe” non è proprio il termine corretto, ma non credo sia il momento di mettermi a fare la pignola, visto che tra poco traumatizzerò Padre Andrea a vita.
Raggiungo l’altare con in mano il mio discorso stampato in carattere Times New Roman 18 (d’improvvisare non sarei capace e ultimamente ho qualche problema di vista) e prendo il microfono.
“Cari parenti e amici, la nonna mi ha affidato un compito importate. Tutti noi la conoscevamo come una donna forte, pilastro della nostra famiglia. Non sempre affettuosa, ma sicuramente un punto di riferimento. Io personalmente, l’ho sempre immaginata con un’eroina senza paura. Come tutte le eroine però celava dietro ad una maschera la sua vera identità. Nonna Anna per tutti questi anni ci ha nascosto non solo una parte di se stessa, ma anche l’amore della sua vita. Lei e Camilla erano molto più che amiche, erano compagne e amanti, lo sono state per molto tempo. Voleva liberarsi da questo fardello e ha incaricato me di farlo. Vi sarete chiesti cosa intendeva quando l’avvocato ci ha letto le ultime sue volontà e mi ha indicata come la più simile a lei. Anche io sono lesbica, gay, omossessuale. Non so come preferite etichettarmi. Non vi nego che se avessi avuto scelta, non avrei fatto questo annuncio ad un funerale. Dopotutto credo che nessuno di voi abbia mai sentito la necessità di dichiarare di essere etero, ma su una cosa la nonna ha ragione: non posso vivere nell’ombra, anche perché non ho mai provato vergogna per quello che sono. Spero di non avervi sconvolto troppo. Vi invito sin da ora all’inaugurazione della mia residenza per scrittori, il progetto che nonna Anna voleva che realizzassi insieme a Camilla nella nostra villa di famiglia, che comunque sarà sempre aperta a tutti voi. Grazie”.

Non mi sono fermata un attimo, sapevo che se avessi anche solo captato la reazione di qualcuno avrei potuto non avere il coraggio di andare avanti. Ora che alzo lo sguardo mi accorgo della figlia dei miei cugini di 5 anni che chiede insistentemente alla madre cosa significa gay e suo fratello maggiore che le risponde: “Hai presente i genitori di Sandra, in classe mia, che ha due papà?”.
Ma la bimba non si arrende: “E da quale pancia è uscita Sandra?” continua.
“Ma quindi Camilla dobbiamo chiamarla nonna?” le fa eco l’altra cuginetta novenne.

Le mie zie mi sembrano alquanto sconvolte, mia madre produrrà quantità industriali di pane, pizza e torte per almeno il prossimo anno a giudicare dalla sua cera e mio padre osserva i bottoni della sua giacca come se fossero la cosa più interessante del mondo.
Il prete, alla faccia del progressista, credo abbia avuto un mancamento e si è dovuto sedere. Non sa che fare, forse pensa che ci aspettiamo che dica qualcosa, ma per fortuna gli uomini di famiglia designati si avvicinano per trasportare a spalla la bara verso il carro funebre, per il trasferimento definitivo al cimitero.
L’avvocato all’uscita mi stringe la mano e mi dà appuntamento per la settimana dopo nel suo ufficio per rendere il passaggio di proprietà ufficiale. Io decido che mi occuperò dopo dei miei genitori e lascerò loro un po’ di tempo per digerire la cosa, adesso il mio pensiero fisso è la povera Camilla. Siamo sempre stati la sua famiglia, so che è terrorizzata dalla possibilità di perderci. Le asciugo le lacrime, mentre dice addio alla nonna al cimitero, le stringo la mano e le sussurro all’orecchio: “Devi tirarti su, perché adesso siamo socie in affari!”

Sei mesi dopo
Mancano cinque ore alla festa d’inaugurazione con la famiglia e ventiquattro all’arrivo dei primi ospiti. Non sto nella pelle, sono eccitata e spaventata a morte. Spero di riuscire a mangiare qualcosa del magnifico rinfresco che ho fatto preparare allo chef. Un ragazzo in gamba, specializzato in cucina vegetariana e vegana, ma disposto a cucinare anche per gli onnivori. Camilla si sta occupando degli allestimenti per la serata: fiori, luci, cuscini e tutto il resto. La sua collaborazione in questi mesi è stata preziosa, mi ha aiutata in tutte le decisioni importanti, meno che per la scelta della strategia marketing e di promozione sui social che per lei sono il principio di ogni male del mondo. Soprattutto dopo che il mio video del discorso al funerale è diventato virale su Whatsapp, Instagram e Youtube, grazie alla mia pro cugina tredicenne che ha pensato sarebbe stato divertente postarlo. Alla fine ho vinto tutto il pacchetto: i titoloni sui giornali, gli inviti ai talk show trash (tutti prontamente rifiutati) e quelli di diverse associazioni e organizzazioni che hanno cercato di farmi diventare una sorta di simbolo dell’orgoglio gay. No, grazie. L’unica cosa che voglio è continuare con la mia vita, ma senza segreti. Da tre mesi ho anche una relazione stabile. Non mi sbilancio, da sempre sono estremamente scaramantica, ma credo che sia quella giusta. Si chiama Olivia, è l’arredatrice d’interni che mi ha aiuto a sistemare le camere da letto della villa e tutti gli spazi comuni, compresi veranda, terrazza e giardino. Devo dire che la nonna su questo aveva ragione, vivere la propria storia d’amore liberamente è tutta un’altra cosa. Stasera la presenterò ufficialmente ai miei genitori che non vedono l’ora. Mamma e papà, appena arrivati a casa, subito dopo il funerale, mi hanno detto di essere molto orgogliosi di me per il coraggio dimostrato, nonostante la richiesta assurda della nonna. Mi hanno confessato di aver avuto negli anni più di un dubbio su Camilla e che adesso si sarebbero per sempre rimproverati di non aver aperto prima quel vaso di Pandora. Ci hanno tenuto a farmi sapere che tra me e loro non sarebbe cambiato niente, solo che avrebbero cominciato a stressarmi affinché mi trovassi una fidanzata anziché un fidanzato. Caspita, non mi aspettavo un dramma, ma nemmeno questa tranquillità visto che quando ho annunciato di essere diventata vegana, gli stessi individui hanno messo in scena una tragedia greca in diversi atti. Ma si sa, per noi toscani i salumi sono sacri!
Il progetto iniziale si è evoluto da “residenza per scrittori” a “residenza per artisti”. Durante i primi giorni di progettazione, mentre studiavamo bene le nostre opzioni, non potevo far a meno di pensare che il posto era meraviglioso e sarebbe potuto diventare una fonte d’ispirazione anche per pittori, musicisti, cantautori, coreografi. Abbiamo persino realizzato delle sale prova perfettamente insonorizzate per ballo, canto e musica. Chi prenota un soggiorno da noi può decidere di vivere semplicemente la tranquillità del luogo o partecipare alle tante attività che abbiamo programmato per i nostri ospiti: corsi di cucina, yoga e meditazione, degustazioni, escursioni nei borghi più vicini. Naturalmente potranno rilassarsi in piscina, prendere in prestito un libro nella sala biblioteca o allenarsi in una piccola palestra che abbiamo sistemato col minimo indispensabile per tenersi in forma. Insomma un luogo di ritiro e rifugio sì, ma con tutti i comfort. Accoglieremo un massimo di dieci artisti alla volta, per garantire la giusta tranquillità a tutti. Domani arriveranno una nota scrittrice di romanzi fantasy, che ha prenotato un intero mese in pensione completa, e un pittore spagnolo che ha confermato il soggiorno per due settimane. Nei prossimi giorni alla comitiva si uniranno un poeta, un chitarrista e cantautore inglese e uno sceneggiatore teatrale. Io mi sono trasferita qui con i gatti almeno per il primo mese, ma dovrò fare avanti e indietro da Bologna per accertarmi che vada tutto bene con la libreria. Sono un po’ preoccupata, non voglio trascurare la mia prima “bambina”, adesso che sono un’imprenditrice con due attività da dirigere e la responsabilità di più di una decina di dipendenti. Però sono felice.
I parenti cominciano ad arrivare, intravedo anche la figlia di mia cugina intenta a scattare selfie in piscina. È stata punita con tre settimane offline dopo aver pubblicato il famoso video, l’equivalente della morte sociale a quell’età, quindi credo mi odii ancora. Devo dire che con Camilla, dopo un po’ d’imbarazzo, sono stati tutti molto dolci. Del resto era lei l’unica a rendere sopportabili i pranzi con la nonna, eravamo tutti in debito nei suoi confronti.
Alzo il calice, accanto a me Camilla e Olivia: “A nonna Anna che, anche se con modi del tutto discutibili, ci ha reso più leggere e allo stesso tempo più forti e coraggiose. Alla nostra famiglia e a tante riunioni come questa”.
“Al vostro splendido lavoro, sono convinta che quest’attività sarà un successo” mi fa eco mamma.
“A nonna Anna”, “ad Anna”, “a Camilla” cominciano a urlare a turno parenti e amici, mentre i bicchieri tintinnano.