Anche quest’anno, dal 19 al 22 ottobre, si sono svolti gli ormai tradizionali Incontri internazionali belgradesi dei traduttori editoriali (Beps), la quarantaduesima edizione per l’esattezza, organizzati dall’Associazione dei traduttori letterari serbi. Sotto il titolo Prevod kao književni žanr, La traduzione come genere letterario, si sono svolte diverse sezioni di lavoro: una tavola rotonda, Un autore e i suoi traduttori, di confronto questa volta tra Jelena Lengol, una tra le più importanti poetesse e narratrici serbe – la sua raccolta Vašarski mađioničar [Il mago della fiera], tradotta in italiano da Alice Parmeggiani per Zandonai, le è valsa l’European Prize for Literature nel 2011, mentre quest’anno ha ricevuto il prestigioso Premio Ivo Andrić con Raščarani svet [Il mondo disincantato] – e Ben Andoni (Albania), Žela Georgijeva (Bulgaria), Rusanka Lyapova (Bulgaria), Aleksandar Prokopijev (Macedonia), Dušanka Zabukovec (Slovenia), dove tra l’altro la Lengold ha affermato di “avere una fiducia assoluta nelle scelte” di coloro che si sono adoperati per prestarle la voce nelle lingue a lei sconosciute; un dibattito sul Ruolo artistico del traduttore, moderato da Dejan Acović e introdotto da Miloš Konstantinović con una relazione sull’odierno percepire delle tecniche di traduzione di Ezra Pound. Si è assistito a un confronto sulla Dimensione e rischi del populismo-elitismo, introdotto da Irena Lukšić e moderato da Vladimir Janković; infine si sono espresse considerazioni sull’Intraducibilità dei testi letterari, introdotte da Alexander Chantsev e moderate da Lara Hölbling.

        Abbiamo assistito a due cerimonie di premiazione: Ellen Elias-Bursać, slavista statunitense e traduttrice fin dal 1980, è stata insignita del ‘Premio PEN Serbia 2017’ come “miglior traduttrice dal serbo”, autrice di numerose traduzioni in lingua inglese di autori serbi, croati e bosniaci, mentre per le migliori traduzioni dal francese hanno ricevuto il ‘Premio Branko Jelić’ Jelena Mijatović (nella categoria esordienti), Ljiljana Mirković (nella categoria di traduttori affermati), Ana Moralić (per la traduzione della poesia).

       Un grazie particolare va a Nada Petronijević, la giornalista della radio belgradese Studio B che mi ha ospitato nella sua trasmissione “Jutro i kultura” (Il mattino e la cultura), dimostrando un sincero interesse per l’importanza della traduzione letteraria.

        Ma a parte tutto ciò che riguarda il programma dei nostri incontri in sé, mi risulta impossibile racchiudere in parole che cosa possa significare per me essere una loro ospite. Ogni volta che l’Associazione dei traduttori letterari serbi mi manda invito mi sembra un’ironia della sorte, come per dire che la guerra ha fatto di tutto per dividere e ostacolare certe cose, conoscenze e collaborazioni, e noi come acqua di un fiume abbiamo ripristinato il nostro corso, malgrado tutto. Un altro invito non ha lo stesso valore emotivo, questo volevo dire. Non vengono fuori che dei goffi balbettii, insufficienti per delineare un’infinita gamma di sentimenti scaturiti dal solo pensiero rivolto a quella città. Un luogo non-luogo, Belgrado non è per me una città reale, ma l’immagine piuttosto di qualcosa caro e perduto, tolto dalle mani; quando ci vado cammino sospesa a troppi metri da terra, in un tempo che non esiste, tranne, forse, nella mia testa e sulle fotografie di Ksenija Vlatković che anche a distanza rende vive le stesse sensazioni. Tornando in Italia mi capita sempre di sprofondare i primi giorni in una specie di vuoto, nel quale mi sembra di essere diventata incapace di parlare una qualsiasi delle mie lingue. Quando questa necessità di tacere e raccogliersi prevale su tutto il resto, capisco allora che è giunto il momento del silenzio; indispensabile per mettere ogni sentimento, ogni impressione, ogni sfumatura del pensiero al giusto posto. Un momento di quiete per capire meglio chi sono e che cosa assolutamente non voglio fare – l’altra parte, quella dei desideri e dei progetti da realizzare, molto più facilmente si presta ad essere concepita. Bisogna, però, non lasciarsi distrarre. L’imperativo numero uno diventa quello di sempre, amplificato da tutte le conoscenze nuove che vengono a soccorrermi (è stupefacente non essere soli): trovare la forza per rimanere sulla “propria” strada. È a questo che servono, innanzitutto, gli incontri tra i traduttori. Spero che almeno in parte saprò restituire nella traduzione il bene ricevuto e tutta quell’incredibile energia dalla quale mi sono sentita letteralmente travolta. Non soltanto da bambina, ma anche più tardi, da ragazza e da donna adulta, non ho mai saputo rispondere alla più fastidiosa tra le domande: «Che cosa vuoi fare da grande»? Perciò ora posso cantare a squarciagola traduzione letteraria sia, traduzione sia!

Anita Vuco

Si ringrazia Barbara Delfino per la gentile revisione del testo; Ksenija Vlatković, Branko Ignjatović e Stanislav Milojković per le fotografie.