Il luogo scelto dal Centro Danese per Scrittori e Traduttori per impiantare la Writers House conosciuta con la sigla di H.A.L.D (HOUSING AUTHORS & LITERATURE, DENMARK , ovvero “Ospitando gli Autori e la Letteraura in Danimarca) è a dir poco meraviglioso, nel cuore verde del paese, nei pressi della città di Viborg, in un antico maniero ai bordi di un lago, circondato da boschi e campi. Ospitano ogni estate nel Summer Residence Program autori sia danesi che di altre nazionalità. Nell’estate del 2010 sono stata selezionata per una Residenza di Scrittura della durata di un mese, e gratificata perfino con una borsa di scrittura, che si aggiungeva al rimborso del viaggio e all’ospitalità. Qui un autore, anche se nella vita quotidiana fatica a campare e deve combattere con la sorda indifferenza dell’Italia a tutta la cultura che non sia televisiva e salottiera, si sente rinascere, si sente sostenuto moralmente e praticamente. Nelle foto qui sopra potete vedere una mia foto scattata all’imponente edificio che ospita la Residenza per Scrittori, e accanto una foto di un componente dello staff della Casa al gruppo di autori che quell’estate erano insieme in Residenza: un’italiana – al centro seduta, felice come non mai – e poi una ugandese, una newyorkese, un paio di scrittori dell’Est europa e così via.

Vi invito a leggere il lungo racconto che ho dedicato a questa esperienza, dettato dai tempi lenti e meditativi del luogo e dall’incanto di giornate passate tra antichi salotti, biblioteche, pontili sul lago da cui osservare il volo degli uccelli, campi coltivati da attraversare in bicicletta e grigiate all’aperto. Un ritmo interiore interrotto solo da qualche cena collettiva nella grande cucina o nel patio all’aperto, da giornate di appassionante lavoro nella sala del camino con un italianista dell’università danese arrivato appositamente a Viborg per tradurre un mio lungo poemetto; il soggiorno si è infine concluso con un frenetico Book Day frequentato da un pubblico attento e partecipe proveniente da tutta la Danimarca, con reading poetici, musica e fiumi di birra danese.. L’esperienza ad H.A.L.D è stata veramente l’esplorazione di un pianeta speciale, che raccomando a tutti gli autori. In fondo basta solo spedire un’ Application Form che si trova sul sito, e aspettare una sobria puntuale nordica risposta di accettazione o meno come autore in residenza.

La Danimarca a passo d’uomo [Hald 2010]

 12 luglio – In volo da Roma a Viborg via Copenhagen

Pur sapendo che la Danimarca è piatta sul mare, quando l’ho visualizzata dall’aereo, all’arrivo sopra Copenhagen, mi ha fatto impressione, ho visto una lingua di terra che mi sembrava addirittura sotto il livello del mare: le sue coste sfrangiate sono circondate da terre semi-emerse, esposte al moto fluido delle maree, al punto che in molti punti il mare sembra prolungare la sua griffe de fauve in una disseminazione di laghi e laghetti, acquitrini e pozze d’acqua. Ad un certo punto ho visto dall’oblò un lungo ponte, credevo che fosse il famoso ponte che unisce la Danimarca alla Svezia, ma poi ho visto che il ponte finiva dritto nel mare. L’ho guardato a lungo, per essere sicura di non stare sognando, o di non avere un’allucinazione da postumi del bicchiere di vino al Wine Bar Frescobaldi di Fiumicino, il mio rito segreto di ogni partenza solitaria. Possibile che il ponte sia stato un’illusione ottica? L’aeroporto di Copenaghen mi ha sorpresa lo strano silenzio, che unito alle architetture da astronave rendono il luogo leggermente irreale: poi ho capito la ragione di questo silenzio: l’assoluta assenza di annunci vocali, in un paio di ore di sosta nell’aeroporto ho sentito un solo annuncio, per la sicurezza, sul fatto di non lasciare bagagli incustoditi. Nella seconda parte del volo, passando sopra la parte continentale della Danimarca, l’impressione di “terra quasi sommersa” si è attenuato, ogni tanto rispuntava un tratto di costa, ma il cielo era diventato nuvoloso e non si distinguevano i contorni.
Le nuvole si sono trasformate in tempesta all’arrivo a Karup: dall’alto vedevo i lampi nel cielo scuro, ma all’atterraggio era peggio del previsto, schiaffi di pioggia che a momenti mi tiravano giù dalla strettissima scaletta dell’aereo, dove mi sono dovuta barcamenare tra valigia dei libri, zaino, visuale azzerata a causa degli occhiali bagnati… i miei primi passi in Danimarca sono stati una mescolanza di pioggia, freddo, capelli gocciolanti che vengono considerati un accidente insignificante dalle tempre vichinghe…. L’arrivo della notte ha accentuato questa impressione inquietante, al di là della finestra della mia camera il vento muoveva i cespugli fitti e gli alberi secolari del bosco, che proiettavano ombre e riverberi nella luce dell’estate nordica. Qui l’impressione era quasi fantasmatica, ben altra cosa dal cielo rosso di mezzanotte che ho visto pochi giorni fa ad Helsinki, da una vetrata di hotel affacciata sul centro cittadino pieno di gente e di insegne luminose.

14 luglio

La tensione dell’arrivo si è trasformata in dolore profondo per tensioni personali che mi hanno inseguita fino a qui. Due giorni di black out totale, non sono nemmeno uscita dalla stanza per non incontrare gli altri ospiti della casa, poi oggi finalmente ho approfittato di un passaggio in macchina per andare fino a Viborg, e il gusto di vivere mi ritornato a poco a poco, camminando lentamente per le strade pedonali, fino al ritorno in corriera, conversando con una gentile danese-canadese, che mi ha raccontato tutta la storia della sua famiglia, e anche se sono allergica al tema delle famiglie mi ha fatto comunque piacere scambiare due parole.

15 luglio

Sapendo che sono stata recentemente in Egitto, il direttore mi ha detto che stava ascoltando la cantante egiziana Umm Kulthum, e io gli ho segnalato la biografia della cantante di Selim Nassib – che ho letto in traduzione italiana con il titolo Ti ho amata per la tua voce. Mi fa sorridere il fatto che i danesi cercano nelle culture “del sud del mondo” un rimedio alla quieta natura della loro terra e della loro gente, per me al contrario l’ordinata natura umana e territoriale della Danimarca è un balsamo per la confusione e l’ansia della mia vita. Io ho già una Kasbah nel cuore, non mi serve vedermela pure intorno!
Oggi pomeriggio, avendo ripreso lentamente gusto alla vita, ho deciso di fare una lunga esplorazione a piedi della florida natura intorno alla casa, e ho invitato la scrittrice ugandese ospite qui a venire con me, visto che aveva espresso la sua preferenza per la camminata invece della corsa, attività nella quale si esercitano ogni giorno alle cinque altri due o tre scrittori. Ci ha accompagnate per un pezzo anche uno scrittore danese. Si sono quindi formate due squadre, per così dire: da un lato gli scrittori che cercano di “svuotare la testa” dopo il lavoro accelerando il passo nella corsa, fino a provare una sorta di trance, almeno a quel che raccontano. E quelli che amano misurare per così dire la Danimarca a passo d’uomo, lungo i sentieri che circondano il lago e passano attraverso i boschi secolari, i pascoli di capre e pecore e i campi di grano. Di questi scrittori, il capostipite e l’eroe è senza dubbio Peter Handke, che ha descritto in vari libri le sue passeggiate attraverso le montagne della Carinzia oppure sulla Montagne Saint-Victoire, sulle tracce di Cezanne.
Io la trance la provo nel ballo…

16 luglio

Con la scrittrice ugandese discorso sulle famiglie allargate come prototipo di politica sociale e come paracadute per chi si trova per qualche ragione impossibilitato a combattere (per malattia, licenziamento etc).
Un proverbio africano dice che “per crescere un bambino ci vuole tutto un villaggio”, e questo mi sembra una meravigliosa sintesi per il senso di comunità e di vita condivisa…. Io ormai mi trovo immersa nell’egoismo della civiltà che mi circonda… mi è venuta anche l’idea per un plot su una donna che percorre la città alla ricerca di uno suo villaggio interiore.. e dovrebbe essere proprio un percorrere la città a piedi, passo dopo passo, come una lumaca testarda.

17 luglio

Qualcuno tira fuori in cucina la questione dei fantasmi che abiterebbero questo maniero settecentesco, e da allora il pensiero mi accompagna. Non ho paura, in realtà, sono in realtà incuriosita da ciò che richiede un altro tipo di sguardo e di ascolto per essere percepito. Qualcuno parla di forme luminose, la scrittrice americana, incoraggiata dal fatto che il discorso l’avessero iniziato i danesi, per non passare per pazza, ha detto che la prima sera ha sentito qualcuno che ticchettava su un computer appena fuori dalla sua stanza, ma affacciandosi ha visto che non c’era nessuno per tutto il piano. Io non ho ancora visto o sentito niente, ma da allora cammino per la casa con le orecchie e i sensi “sempre aperti come un Bancomat” come dice spiritosamente Lidia Riviello in un suo racconto che ho letto recentemente, siamo insieme in un’antologia.
La letteratura Danese. Qui tra i libri della Biblioteca ce ne sono alcuni tradotti in inglese o in italiano. Tra quelli in italiano c’è un libro tradotto da Eva Kampmann, mi fa piacere ritrovare tracce del Sindacato Scrittori in terra danese, si tratta dell’Angelo calciatore di Hans Jorgen Nielsen, pubblicato in Italia da Giunti, ho iniziato a leggerlo, mi sembra interessante – soprattutto nella stralunata dialettica di un Primo Maggio diviso tra i richiami del Partito e quelli di una partita della nazionale danese – ma per il resto è un po’ deprimente, con tutta la storia di divorzi e disamori e fallimenti: non è certo di questo che è bisogno in questo periodo.
Mi sembra invece interessante un altro libro che mi hanno segnalato i colleghi danesi, Logoa Sancta, di Henrik Stangerup, che ho trovato nella traduzione italiana pubblicata da Iperborea. É un tomo di quasi quattrocento pagine, ispirato alla storia di un naturalista danese del secolo scorso, trasferitosi in Brasile a cercare un’irraggiungibile verità sul Creato. Il tema e l’entità del volume sembrano scoraggianti all’inizio, ma poi si viene presi dalla prosa limpida, dettagliata e insieme avventurosa.
Karen Blixen e Kirkegaard. Della prima ho trovato un libretto che parla delle lettere.

Domenica 18 luglio

Giornata di vita all’aria aperta, tra pista ciclabile e barbecue collettivo in giardino. Ci sono solo due biciclette qui, una da donna e una da uomo. Ho preso quella da donna, ma è scomodissima per me, con il sellino troppo alto (qui i Vichingi sono tutti altissimi!) e impossibile da spostare a causa della ruggine, il telaio troppo pesante… eppure ho passato un bel momento di esplorazione di un nuovo territorio, come non mi succedeva dalle gite con la bicicletta della Writers’ House a Visby, in Svezia, il mio primo soggiorno in una casa per scrittori. La Danimarca ha piste ciclabili infinite, una rete di migliaia di chilometri, ma io mi sono spinta solo per qualche chilometro in direzione di Viborg, tra meravigliosi boschi, pascoli e campi coltivati, finendo anche per rubacchiare un po’ di carote fresche dal bordo di un campo, con la coscienza a posto perché era stato il direttore stesso della Casa che ci aveva suggerito di “assaggiare” liberamente i prodotti dei campi qui intorno….
Ho preparato e condito le carote, piccole e saporitissime, come contributo personale al barbecue che abbiamo fatto in giardino per salutare tre scrittori danesi che partivano, tutti e tre molto bravi e gentili. Chissà chi verrà al loro posto…

19 luglio

Ho chiesto di spostarmi di stanza, con la scusa che al piano terra è un po’ umido per una mediterranea. In realtà quella stanza era piena dei miei personali fantasmi, che mi perseguitano peggio di qualsiasi spettro, delle parole ascoltate e dette per le annose epiche familiari. Qui al piano di sopra la stanza è più piccola, mansardata, ma mi sembra più luminosa e serena. Sono andata ad esplorare anche il piano superiore, dove la scala finisce davanti a una misteriosa porta chiusa. Ho visto che una farfalla arancione e nera era rimasta intrappolata nell’abbaino, nell’angolo di un vetro, e l’ho fatta uscire. Chissà se era il fantasma di un’anima in pena della casa che non riusciva a trovare l’uscita…. Il mio apprendimento del danese a tempo perso fa piccolissimi progressi, sono riuscita a leggere una storia illustrata da fumetti su un quotidiano, una storia divertente della competizione tra un traduttore (che sta traducendo Moby Dick) e uno scrittore piuttosto narcisistico, ma marginale.
Ho poi trovato nella biblioteca un dizionario italiano-danese. Ho visto la traduzione della parola “fantasma”, si dice in vari modi, e ho poi visto che “fantasma” e “famiglia” sono nella stessa pagina. Prossimità inquietante…Ho trascritto qualche parola di danese sul mio quaderno, tanto per mescolare un’altra lingua ancora alle molte che sono citate dallo scrittore indo-pakistano Aamer Hussein, del quale ho letto d’un fiato Il nuvolo messaggeroin edizione italiana per recensirlo. Persiano, inglese, urdu, italiano… e danese.

20 luglio

In realtà sono già pentita dello spostamento, qui sopra le stanze sono attaccate l’una all’altra e divise da pareti sottili, e grazie alle assi antiche che scricchiolano, i lavandini che gorgogliano a tutto spiano e le serrature rese rauche dalla ruggine, si può seguire nei dettagli ogni minima attività degli altri abitanti. Oggi sono andata a visitare dall’esterno la mia ex-stanza, in uno dei miei attacchi di tardivo attaccamento alle cose, e guardando il cespuglio che ne nasconde in parte la finestra mi è fluttuata nella mente “la siepe che dall’ultimo orizzonte il guardo esclude”, ma in realtà più che di una siepe si tratta di un folto cespuglio di oleandro. Forse la tossicità tipica dell’oleandro mi ha contagiato i pensieri durante la mia permanenza in quella stanza, in questa nuova mi sento deprivata della privacy ma meno angosciata.
Stasera, scendendo la scala di legno che porta in cucina, ho sentito un inedito odore di ragù. A fuoco lento stava bollendo una grande pentola di ragù, che mi ha suscitato cocenti nostalgie (anche perché qui mangio da cani, mi cucino qualche riso scotto e verdure). Dopo un po’ è arrivato l’autore del ragù, uno scrittore danese appassionato di cucina e vini italiani. Gli ho parlato di Edoardo de Filippo e del testo teatrale Sabato Domenica e Lunedì, incentrato sulle vicende di una famiglia italiana riunita intorno al rito del ragù a fuoco lento. Ciò che manca qui in effetti è la famiglia, la comunità, ingrediente fondamentale del ragù: quando l’ho visto grattugiare un gigantesco (e qui costosissimo) parmigiano reggiano per preparare un unico piatto, dicendo che tutto il resto del pentolone di sugo lo congelerà per le prossime settimane, ho veramente capito che nei cibi ci sono degli ingredienti che non si trovano scritti in nessuna ricetta e che sono il vero segreto dello chef.

21 luglio

Ho trovato il mio luogo segreto ad Hald, dopo varie esplorazioni del terreno intorno alla casa. É un pontile minuscolo, un ripiano di assi di legno affacciate sul lago, con due minuscole barchette di legno che dondolano ai lati. L’avevo scoperto un paio di giorni fa, e stamattina sono scesa a praticare Tai Chi verso le nove, nel sole fresco del mattino. Gru bianca spiegava le ali insieme ad uno scuro uccello acquatico che si levava in volo dalla superficie calma del lago. Il silenzio qui è talmente profondo che il rumore delle sue ali che sbattevano ritmicamente sulla superficie dell’acqua per decollare risuonava in tutta la vallata come una raffica di spari. La superficie del pontile è piccola, devo soppesare ogni passo e stare attenta quando eseguo passi che mi fanno girare su me stessa, ma questo supplemento di attenzione che devo mettere nella pratica mi sembra positivo. Alla fine, mi sono stesa a pancia all’aria sul pontile e mi sono lasciata cullare per un po’ dalle assi traballanti ad ogni onda lacustre.
Nel pomeriggio, esasperata da due ore di strenua lotta con il computer che si è impiantato e dal caldo che oggi sembra essere arrivato anche in questi boschi danesi, mi sono precipitata con un piacere quasi selvaggio per uno dei miei vagabondaggi a piedi. Volevo raggiungere la spiaggetta che mi avevano indicato sulla mappa dei sentieri, ma un certo punto il sentiero si interrompeva e ho dovuto continuare tagliando per i pascoli, attraverso enormi spazi brulli, senza alberi, immersi in un sole cocente che aveva atterrato anche le pecore in estenuati gruppi. Qui e là spuntavano ciuffi di lana rimasta impigliata ai cespugli o alla rete perimetrale, la preziosissima lana mohair per la quale la regione è famosa. Ho iniziato a raccogliere i ciuffi e a conservarli in una tasca dello zaino, ma per farne un cuscino dovrei spigolare un bel po’…. Ad un certo punto, non riuscendo più a trovare cancelli di uscita dal grande recinto, ed essendo troppo lontana dal cancello iniziale per tornare indietro, ho scavalcato la rete metallica, un po’ in ansia dal momento che qui molte delle reti dei pascoli sono elettrificate per non far uscire gli animali. Dopo un po’ mi sono accorta di aver perso la mappa dei sentieri, forse scavalcando o forse in una sosta, e ho avuto il primo momento di sconforto da quando ho iniziato i miei lunghi vagabondaggi a piedi: sotto il sole a picco i campi sembravano immense dune vuote, senza sentieri visibili tra l’erba bassa. Poi seguendo il mio senso d’orientamento ho ripreso la marcia, mettendomi anche tra i capelli due penne nere d’uccello trovate in terra: Grande Shaw Penna Nera. Un gioco da bambina, che la bambina timida e malinconica che ero non si è concessa, e ora le concedo le sue rivincite, e mi sembra quasi che il suo sospiro eterno in fondo al mio petto si tramuti per un momento in una risata incantata.
Trovata dopo molto cammino la spiaggetta, in realtà una semplice e soave apertura del bosco, che creava un’insenatura del lago bordata di alberi. Poca sabbia, molto prato, sul quale pascolava qualche famiglia danese, arrivata sicuramente da strade meno arzigogolate della mia, forse da una strada carrabile più lontana.
Oggi sono uscita senza macchina fotografica, in realtà non c’è da fotografare molto, i paesaggi sono bellissimi ma rimangono gli stessi per chilometri, l’unica cosa degna di nota è la mia nuova resistenza a camminare per ore, quindi di nuovo una durata. L’esperienza della durata l’avevo avuta nettamente in Norvegia, nel tentativo di fotografare la luce che permaneva anche nelle ore notturne. Mi sembrava di aver compreso qualche verità filosofica, ma poi la vita mi ha travolto con le ansie quotidiane, dove nulla dura abbastanza a lungo da diventare pensiero.

23 luglio

Oggi sono cominciati ad arrivare per i sopralluoghi alcuni dei componenti della troupe che deve girare un film qui la settimana prossima, si tratta di una commedia, la regista è una donna, Lotte Svendsen, a quel che pare piuttosto famosa in Danimarca per aver diretto alcune serie TV e alcuni film.

28 luglio

Ormai il film ha preso del tutto il sopravvento sulla vita di Hald: il piano superiore bloccato perché devono girare sullo scalone e nelle sale in alto, il giardino ingombro di cavi, camion, lampade, tutta la casa piena di una quarantina di persone che si muovono freneticamente, si chiamano da un punto ad un altro con i walkie talkie, si radunano in un angolo del giardino per le pause caffè sotto la tenda. Ero già stata su alcuni set, ma devo dire che l’esperienza di avere un set in casa è del tutto nuovo. Ogni tanto esco dalla camera e mi ritrovo davanti fonici che carichi di attrezzature attraversano i corridoi, oppure scopriamo che per ragioni di set un passaggio è bloccato e ci tocca raggiungere la cucina facendo lunghi giri intorno alla casa. Tuttavia è un piacevole diversivo, in questo momento sono talmente angosciata dall’idea di restare sola con i miei pensieri che mi andrebbe bene anche di vivere e lavorare in un aeroporto. Ogni tanto faccio foto di backstage, mettendo insieme in uno scatto i quadri antichi e i nodi infiniti di cavi e lampade accumulati su un prezioso tappeto.
Oggi la troupe ha voluto incontrare gli scrittori che sono qui ospiti, forse per non dare troppo l’idea di venirci a colonizzare senza nemmeno guardarci in faccia. Siamo stati un paio d’ore a chiacchierare in inglese seduti intorno al tavolo della cucina, bevendo qualche bottiglia di champagne tirata fuori chissà da dove da Peter. Ascoltavano con attenzione le nostre storie di scrittori, eppure ho avuto l’impressione che il cinema sia un rullo compressore che travolge tutto ciò che non gli serve. Comunque, tanto per fargli vedere che non sono una poetessa fuori dal mondo, appesa ad una nuvola a suonare la cetra, ho raccontato alla regista dell’episodio di film tratto da un mio racconto, dicendo anche che il film è stato ben accolto sia al Festival di Locarno che a quello di San Francisco. Tiè, come si suol dire…

Venerdì 30 luglio

Giornata di pioggia e vento, certe raffiche che sembra di stare sul ponte di una nave, invece che in una solida magione antica di mattoni. La troupe ha continuato ad entrare ed uscire imperterrita dalla casa, mentre io ho trovato un salottino riparato nel quale ho passato una piacevolissima mattinata con Jan .N., l’italianista danese che sta traducendo il mio poemetto “A nuoto nel vuoto (e sulfureo atterraggio)”, che ho finito proprio qui, qualche giorno fa. Se ben ricordo l’ho iniziato lo scorso autunno, quindi alla fine l’ho covato per quasi un anno, scrivendone un brano alla volta, fino ad arrivare a sette quadri. Mentre i cineasti facevano il diavolo a quattro lanciandosi richiami da un piano all’altro della casa, noi ci siamo concessi il gusto di bere caffè in un salottino antico e di discutere per lungo tempo di ogni parola, e in particolare dell’espressione “conversari amorosi”, che per lui non era di facile traduzione, dal momento che l’infinito sostantivato “conversari” viene da tutta un’antica tradizione della poesia italiana risalente a epoche in cui da queste parti (come ha detto Jan) si “inseguivano le bestie nei boschi” più che ragionare d’amore… abbiamo cercato su Internet le fonti (che per me erano introiettate al punto da non ricordarle più) abbiamo trovato l’espressione in Boccaccio e Palazzeschi, abbiamo confrontato la scelta dei traduttori francesi del poemetto, che hanno pubblicato i primi due brani sul blog “uneautrepoesieitalienne”. Insomma in qualche modo, tra caffè vento salottino e citazioni, abbiamo per così dire “ragionato di poesia” in modo non tanto distante da come si può ragionar d’amore..
Nel pomeriggio tutt’altra scena. Al bar della stazione dei bus di Viborg ho visto finalmente anche la parte “brutta e sporca” della popolazione danese. Era perfino inquietante vederli tutti così biondi, sani, gentili, educati. Oggi sembrava che tutti gli irregolari fossero radunati nel sordido baretto della stazione di Viborg: marginali, strani, sporchi, allucinati, tutti con la bottiglia di birra e la sigaretta, alla faccia dell’igienismo scandinavo
La sera tardi ci è toccato fare il giro delle finestre della casa, per chiudere quelle che la troupe aveva lasciato a sbattere nel feroce vento delle campagne danesi. Siamo salite anche nel piano mansarda, in tre per farci coraggio con i fantasmi. Qui chiamano quel piano la Torretta. Lo vedevo per la prima volta, perché di solito è chiuso, in attesa di fondi statali per le ristrutturazioni. Mi ha raccontato una scrittrice danese che viene qui da molti anni, e alcune volte resta anche per dei mesi, che anni fa si tenevano lassù degli incontri noti come “I dialoghi della torretta”: due poeti o scrittori si incontravano a parlare e bere lassù, e parlavano a ruota libera, mentre in un registratore a nastro le conversazioni venivano incise per i futuri ascoltatori. Un bel patrimonio di memorie letterarie, che ora aspettano di essere archiviate e classificate. Anche qui la gestione della cultura ha dei punti di latenza, dei tempi morti.

Sabato 31 luglio

I fantasmi. Qui tutti ci girano intorno, dicono e non dicono, ieri mentre scattavo foto ho scoperto in uno specchio una vecchia arcigna che mi guardava da un quadro, ho chiesto a Dotthe e mi ha detto che in effetti quella signora del ritratto ha a che vedere con le storie dei fantasmi, ma non ha aggiunto altro, lasciandomi con la curiosità insoddisfatta. Mi ha raccontato invece della storia recente della casa, nel ‘900: durante l’ultima guerra la casa apparteneva a un collaborazionista che aveva aiutato i nazisti, e quindi dopo la fine della guerra, quando fu processato e incarcerato, lo Stato requisì questa casa, facendone prima una scuola, poi un centro polivalente e dandolo infine in gestione all’associazione degli scrittori danesi. Ho chiesto se esiste qualche libro in inglese dal quale ricavare maggiori dettagli, ma pare che non ci sia molto. Un’altra cosa che ho saputo, ma questo l’avevo già letto da qualche altra parte, è che la casa era solo l’inizio, il primo lato di una costruzione che, nelle intenzioni del primo proprietario, doveva svilupparsi su quattro lati, come un castello. Il progetto doveva essere faranoico, se questa grande casa era solo un quarto del progetto. Per me ci sono fin troppe stanze, infiniti corridoi da percorrere se si deve andare dalla camera alla biblioteca, dalla cucina alla lavanderia, dal salotto alla sala conferenze. Sto provando a scrivere in tutte le stanze, ma finora quella in cui mi trovo più a mio agio è la sala conferenze, un’ala appena ristrutturata della casa, tutta moderna e piena di tecnologie, l’unico elemento antico è il parquet a fascioni, grezzo come si usa qui.

Domenica 1° agosto

Sto continuando la lettura di Logoa Sancta, di Henrik Stangerup, soprattutto la notte le sue pagine fitte di dettagli storici, di visioni scientifiche ottocentesche, ma anche di avventure nelle giungle brasiliane, mi tengono compagnia. Ad un certo punto c’è anche un capitolo sull’Italia, dove il naturalista danese passa un breve periodo della sua vita, prima far ritorno in Brasile, perdendosi definitivamente nel suo gigantesco “cuore di tenebra”. Parlando dell’Italia, visitata nel periodo di preparazione del Risorgimento, il naturalista – o meglio Stangerup per sua bocca – dice: «É questo il cuore dell’Europa. Pathos e chiarezza. La fusione di vita e cultura, cristianesimo e antichità, spiritualità e sensualità, canto, lievità, apertura mentale». Magari la mia povera patria fosse (ancora) così, ammesso che lo sia mai stata…. Dai giornali on line in questi giorni spira un’atmosfera da basso impero, o per dirla con le parole di un arguto editorialista, da “Ultimi giorni di Pompei”…..

Lunedì 2 agosto

Stamane sono venuti Knud ed Elja per le prove della performance di poesia e musica, tutti gli spazi sono occupati dalla troupe del film, così ci siamo rifugiati nelle casetta del parco, piccola e piena di materiali accatastati alla rinfusa. Ciò nonostante abbiamo trovato subito un’ottima sintonia, è talmente commovente per me sentir risuonare le mie parole, moltiplicate dalla musica e riverberate dall’energia che si crea tra tutti quelli che stanno in scena, che mi chiedo ogni volta perché non faccio solo la performer nella vita. Il motivo non è solo banalmente economico, è che il mio dannato spirito gemellino mi spinge a non accontentarmi mai di una sola identità, ma di inseguirne contemporaneamente varie, spesso inconciliabili nei tempi e nei modi: la perfomer, la studiosa, la monaca buddista, la viveur ma con nostalgia della famiglia tradizionale etc..

Martedì 3 agosto

Scritture che scappano in tutte le direzioni. Il Book Day comincia a prendere forma

Mercoledì 4 agosto

Aurore boreali. Tai chi in compagnia. Grande abbuffata

Venerdì 6 agosto

Stamattina abbiamo fatto le prove per la performance di domani, mi pare che togliendo pathos e differenziando i toni il risultato stia decisamente migliorando. Nel frattempo sono andata a Viborg per comprare il Chianti Danzante di buon auspicio per il Book Day di domani, e ho salutato la cittadina, ormai non avrò più tempo di tornare. L’ultima immagine che mi è rimasta negli occhi della pacifica cittadina è un giovane padre che faceva il suo footing quotidiano spingendo davanti a sé, a ritmo con la corsa, la carrozzina con un neonato, mentre accanto a lui un cane teneva il passo con la famigliola. Ecco i danesi, nel loro spirito più sano: dopo il lavoro si corre, e intanto si pascola il cane e si fa prendere aria al pupo…

Sabato 7 agosto

Book Day. Bancarelle, reading, vino, giardino.

Domenica 8 agosto

Dopo il Festival ogni animale è triste…. Ieri un sole quasi mediterraneo e centinaia di persone nei saloni e nei corridoi e nel parco della Casa degli Scrittori, oggi un silenzio profondo – molti sono partiti stamattina e il cielo grigio.
Dovrei preparare i bagagli, domattina all’alba parto anch’io, sarò per tre giorni persa nei meandri di Copenhagen, ma sono presa da una strana pigrizia, non riesco ad iniziare, sono andata invece a fare un’ultima passeggiata per salutare i posti più importanti per me: il molo dove ho fatto varie volte tai chi, il prato con le pecore selvatiche, la foresta pietrificata con i suoi tronconi di albero diventati quasi minerali, compresi i funghi cresciuti sul tronco, ora diventate durissime formazioni. Mi piace questa trasformazione lentissima dal vegetale al minerale, sembra che anche il minuscolo lago dentro la foresta sia molto antico, e che sulle sue acque si possa vedere un uccello speciale, che non si trova in nessun altra parte del paese, e che è segno di magia e buona fortuna.

Lunedì 9 agosto

Arrivo a Copenhagen, ascoltando in cuffia la romanza “Dell’amore sulle rosee ali” dal Trovatore.
La prima passeggiata è per Christiania. Venticinque anni dopo! Dicasi venticinque. Se avessi fatto un figlio durante quel viaggio, con L., oggi avrebbe venticinque anni e potrebbe viaggiare con me (e a volte mi manca tutto questo). L. dal canto suo è appena diventato nonno, lui si è reinserito nel flusso naturale del tempo, dopo qualche anno di anarchia, io invece sono restata per così dire fuori da ogni cadenza temporale, non mi sento di appartenere a nessuna generazione, anche fisicamente ho un aspetto sempre indefinito. Oggi varcando la soglia di Christiana ho sentito veramente lo scorrere del tempo, sia personale che collettivo, e dire che non è stata affatto una sensazione positiva: intanto la situazione del “libero Stato” di Cristiania è cambiata radicalmente, l’avevo già letto da varie parti e ne ho avuto la conferma anche da un ragazzo di un “servizio d’ordine” interno che mi ha avvicinata per dirmi di non fare foto nella Pusher Street. Mi ha detto che ora la legge è molto più stretta, e mentre prima tutti sapevano che a Christiania si vendeva hashish, ora il commercio è stato bandito per legge e temono che possano venire i poliziotti a fotografare chi vende e chi compra, o possano scandagliare le foto pubblicare su Facebook da qualche ingenuo visitatore. Comunque ho notato anche una strana commistione tra centro sociale illegale, pieno di personaggi a dir poco strampalati, e luogo di diporto per ragazzotti appena usciti dall’Università o dagli uffici e venuti a svagarsi nei quartieri emozionanti (e a spendere soldi per birre e cibi). Questa commistione di strati sociali diversi, di generazioni diverse, di sogni diversi, fa si che sedendosi a bere una birra ad un tavolino si vedano passare nel giro di pochi minuti: fricchettoni d’annata con lunghi capelli grigi, pochi denti, bandiere della pace disegnate sul panciotto e bici arrugginite; “punkabestia” con i canonici cani, tutti nero vestiti e con birra e sigaretta; pusher mediorientali o africani con l’aria allertata dei piccoli affaristi clandestini; pseudo-filosofi o para-artisti con baschetto, cravattino, libri o colori tra le mani; giovani alternativi dei centri sociali, tutti pimpanti con i loro capelli viola e rossi e la loro serie di orecchini al naso; venditori di artigianato etnico, dalla Giamaica al Perù all’India; più alcuni personaggi veramente particolari, tipo alcuni tipi del sud-est asiatico con tute paramilitari e aria stralunata come soldati di Ho Chi Min dispersi nella giungla; io non so che aria avevo in tutto quel mix di umanità, per non avere l’aria della spia o dell’infiltrata ho riposto la macchina fotografica e ho preso una birra, iniziando a camminare con l’aria meno curiosa e più indolente-dondolante, che è la camminata tipica di quelli di Christiania, che sembrano essersi appena risvegliati da un lungo sogno. É anche sicuramente l’effetto del fumo, a me basta una birra a stomaco vuoto per sentirmi sulla giostra. A proposito di giostra, tornando verso l’albergo, non lontano da Christiania – nel tragitto ho dovuto riprendere un’andatura più diritta e decisa, per adeguarmi nuovamente al ritmo del mondo “di fuori” – pensavo che proprio poche ore prima ero passata di fronte ai cancelli dei Giardini di Tivoli, l’immenso parco giochi nel centro di Copenhagen, pieno di montagne russe, e ruote, e tunnel di draghi cinesi, e parchi con statue di dinosauri. In fondo mi pare che anche Christiania negli anni ha perso il suo originario carattere di “esperimento sociale” di una vita basata su regole e canoni radicalmente “altri”, per diventare un parco giochi alternativo, pieno di murales naif, collanine colorate, bottiglie di birra vuote sparse ovunque, pozzanghere nelle strade non asfaltate, case collettive con vetri rotti, punti di informazione ai visitatori con i gadgets di Christiania, magliettine e tazze e bandierine come se fosse veramente un altro Stato: e sopra a tutto ancora una volta il disprezzato Dio denaro, che corre abbondante nelle transazioni dei vari bar, caffè, negozietti.. e pusher, il tutto per il divertimento dei giovani cittadini in cerca di emozioni, dei turisti, e di quelli che ci abitano perché in fondo abitare lì o altrove è proprio lo stesso. All’entrata avevo visto un cartello di legno scritto a mano che indicava “Circus”, ma non ci avevo fatto troppo caso. Poi, all’uscita, ho visto un manifesto con la pubblicità di un circo che nei primi giorni di agosto aveva fatto tappa a Christiania. Sicuramente quelli che vanno nell’ex centro sociale occupato, già Libero Stato di Christiana e ora quartiere dei nottambuli alternativi, a guardare i “fenomeni da baraccone” che abitano lì in permanenza, avranno fatto una certa fatica a distinguere la donna barbuta e il mangiafuoco dai cittadini ordinari di Christiania….
Straordinaria Biblioteca, nota come il Diamante Nero. É, in effetti, un capolavoro di architettura avveniristica, una struttura obliqua supermoderna ma con memorie marinaresche. Si entra nelle scale mobili che portano ai piani superiori passando accanto a una polena antica, e tutti gli spazi della Biblioteca sono pieni di strumenti di navigazione e memorie marinare: quadri, portolani, modellini di velieri, persino palle di cannone e riproduzioni di gabbiani appese agli angoli del soffitto, tutto materiale che proviene dal Royal Danish Naval Museum. E fuori da una delle vetrate, un grande canale con le rive occupate da antichi depositi del commercio marittimo cittadino. Fotografando le pareti specchianti della Biblioteca, nelle quali si riflettono il canale e i palazzi sulle rive, mi è ritornato in mente il bellissimo porto nuovo di Barcellona, con una parete specchiante obliqua che riflette l’acqua e le rive piene di caffè: l’ho fotografata a lungo, con effetti notevoli. Sempre al porto di Barcellona, avevo provato per la prima volta la modalità di “scatto a raffica” della macchina fotografica, su uno stormo di gabbiani in continuo movimento sulla banchina, tra i pezzi di pani gettati dai passanti. Il viaggio a Barcellona è una memoria soprattutto visiva, non ho scritto quasi nulla. A volte sembra più facile e immediato fermare con la macchina fotografica i ricordi di un viaggio, ma poi le parole mi mancano, mi manca la capacità della scrittura di passare dal presente al ricordo, dal concreto all’astratto, dall’immagine all’idea.
Ho passato qualche ora navigando sul sito della Biblioteca, scoprendo tra l’altro che hanno una copia degli atti del Convegno di Trieste curato da me…. Forse il delegato danese avrà fatto dono della sua copia alla Biblioteca, o forse l’EWC l’ha inviato alle principali Biblioteche europee. Certo è emozionante vedere il mio nome, sia pure come curatrice – “editor” – di un libro collettivo di un convegno.
Ancora più interessante è stato scoprire sul sito della Biblioteca i “paper cuts”, i disegni fatti ritagliando figure sulla carta da Hans C.Andersen stesso per illustrare le proprie storie. Si tratta di immagini molto più drammatiche e inquietanti delle edulcorate versioni disneyiane delle stesse storie. A proposito di storie inquietanti, ho letto in questi giorni che la famosa statua della Sirenetta, simbolo turistico di Copenhagen, è stata per sfregio decapitata più volte…

Martedì 10 agosto

S.Lorenzo. Non so se vedrò stelle stasera per esprimere un desiderio, ma sicuramente questa gioiosa confusione di studenti di tutte le nazionalità che sono in seminario estivo all’Università di Copenhagen mi fa riflettere che solo in mezzo ai giovani posso sperare di rimanere con le sinapsi vivaci il più a lungo possibile…. Ho pranzato alla mensa universitaria con tre italianisti, con i quali abbiamo elaborato l’ipotesi di un seminario di aggiornamento che dovrei condurre qui sulla poesia italiana contemporanea: qui, come avevo già notato per l’antologia di J.H:N, si conoscono soprattutto i poeti pubblicati dai grandi editori, Mondadori ed Einaudi, che sono distribuiti anche all’estero e quindi si ha una visione non molto realistica dei reali fermenti poetici. Appena finita la riunione con gli italianisti, ero già pronta a cambiare ancora una volta identità: mi sono cambiata nel bagno della Facoltà, e con una camicia nera traforata da performer ho attraversato la città a piedi sotto un sole impietoso, per raggiungere il caffè letterario LøvÉs Bogcafé, dove mi aspettava il mio reading e la piacevole compagnia di Mathilde. Questa abitudine del camminare a piedi è diventata ormai una sfida con me stessa, nei boschi di Hald come nelle lunghe arterie trafficate di Copenhagen. Il pomeriggio è poi finito in un piacevole dibattito letterario in inglese con le poltroncine in circolo, mentre qualcuno sfogliava le copie dei miei libri e altri leggevano la traduzione in danese del mio poemetto. Siamo stati fino a tardi, era piacevole bere birra circondata da libri di autori molto familiari (Baudelaire, Dostoevskji) ma strani nei loro titoli danesi. Più giro il mondo, più penso che la traduzione sia per gli scrittori come un ripetibile miracolo di esistenza, che consente loro di andare al di là dei loro limitati confini personali. Bisogna che mi impegni di più per far conoscere la letteratura italiana all’estero, vedo che la conoscenza è sempre limitata, a parte pochi studiosi. La letteratura anglo-americana sembra ormai inarrestabile, e anche gli autori di altre lingue non vedono l’ora di essere tradotti in inglese, mentre non hanno il minimo interesse a raggiungere lettori di altri universi linguistici. Ho trovato la mia nuova mission: non tanto continuare a viaggiare “in corpore” ma far viaggiare soprattutto la mia scrittura, e la scrittura degli autori italiani che amo. In viaggio, dunque, on the road again, in qualche modo sempre in movimento, a passo d’uomo, a passo di donna viva.

11 agosto

All’Istituto Italiano di Cultura, aspettando di essere ricevuta dalla direttrice, mi delizio a sbirciare nella biblioteca di libri italiani. Ci sono i profili eleganti del Grande Dizionario della Lingua Italiana, e ci sono i libri sobri e discreti dei poeti. Di poesia contemporanea soprattutto Sanguineti, Leonardo Sinisgalli, Maria Luisa Spaziani, Testori, Trinci, Corrado Calabrò, Mario Luzi, Mario Lunetta (ma solo Antardide, edito da Campanotto), Elio Pecora, Penna, Pagliarani, Patrizia Cavalli, Maurizio Cucchi, quale autore strano, tipo Soriani, fiorentino di nascita e giramondo per scelta e destino, che ha soggiornato in vari paesi, tra i quali la Danimarca.. Apro un suo libro a caso, e càpito sul verso “…sovente cambiare rotta”. Ah, quanto mi specchio in queste parole…

Luglio/Agosto 2015

H.A.L.D. [HOUSING AUTHORS & LITERATURE, DENMARK]
Det Danske Forfatter- og Oversættercenter/ [Centro Danese per Scrittori e Traduttori]
Hald Hovedgaard, Ravnsbjergvej 76, DK-8800 Viborg
Tel. 86 63 84 10 / 28 50 11 89
Email : pqr@haldhovedgaard.dk
Sito: www.haldhovedgaard.dk
Direttore: Peter Q. Rannes