E’ privilegio di pochi poter soggiornare dove storia millenaria e bellezze naturali fuori dal comune accolgono come in un abbraccio: fra questi vi sono i proprietari di una piccola casa che domina Taormina e che vivono il loro tempo libero tra la vista mozzafiato del teatro Greco-Romano e il mare, sotto lo sguardo maestoso dell’ Etna.

  Il fascino di Taormina, città in bilico tra passato e presente, è fatto da sempre di molti misteri e altrettante leggende. Alla fine del ‘700, sulle orme dei classici che parlano di questo territorio, vi giunse da solo, Goethe, a dorso di mulo e ne descrisse il cielo purissimo, il balcone sul mare da dove si affacciava e il profumo delle rose e dei gelsomini. Oscar Wilde, Edmondo de Amicis, D. H. Lawrence, che vi rimase per ben due anni, furono fra gli entusiasti visitatori degli ultimi 200 anni, ma già al tempo dei romani molte famiglie agiate vi soggiornavano nelle loro ville e pare anche Cicerone. Nel secondo dopoguerra molti artisti scelsero Taormina per lavorare nella solitudine e nella bellezza. Tennessee Williams si chiudeva nella sua stanza, al San Domenico (monumentale monastero oggi trasformato in uno degli alberghi più esclusivi del mondo), con unica compagnia una bottiglia di vino, mentre il ticchettio della sua macchina da scrivere accompagnava lo scorrere del giorno. Truman Capote e Jean Cocteau vi trascorsero vacanze chiacchierate.

  Ancora oggi Taormina attrae come luogo che esalta la creatività. Nell’appartamentino ricavato dai padroni di casa accanto al loro, ha abitato per qualche anno un americano che vi ha scritto due lunghi romanzi. E’ andato ad abitare altrove solo perché un amico gli ha offerto uno spazio nello stesso edificio dove ha vissuto D. H. Lawrence, quasi alla ricerca del suo fantasma e di una magica ispirazione.

  Chi non è stato a Taormina e vuole ritrovarvi l’atmosfera di un tempo, deve venire quando la stagione calda è passata, portando via con sé le orde di turisti trasandati e rumorosi che in quel periodo invadono la cittadina.

  Questo è il momento preferito dall’artista siciliana Rachele Fichera, che appena può, si trasferisce nella sua casa taorminese per scrivere, dipingere e disegnare.

  Quando la casa fu acquistata, essa presentava solo la copertura e le mura portanti, all’interno era dipinta di rosso pompeiano e tutto aveva un aspetto devastato, con i resti di sovrapposizioni di gusto eclettico. La sua storia, recuperata da testimonianze frammentarie, deve essere stata tormentata, a partire dalla fase tardo-ottocentesca, quando la costruzione assunse la conformazione attuale, secondo i dettami del neogotico in voga. L’intero restauro, come l’interior design è stato curato direttamente dai proprietari, che hanno cercato di rispettare lo stile locale.

  Come tutte le case di Taormina, anche questa poggia probabilmente su resti greco-romani ed è fabbricata in pietra taorminese, un marmo povero, poi intonacato. Parti decorative in pietra lavica alternata al calcare di Siracusa sono lasciate a vista e, come negli edifici medievali, disegnano ogni dettaglio con il bianco e nero dei normanni. Le aperture a ogiva sono state restaurate con il contributo di alcuni degli ultimi scalpellini presenti sulle falde dell’Etna.

  La residenza è all’ultimo piano di una piccola costruzione, ma ha accesso dalla strada, conseguenza del gioco di terrazzamenti su cui negli anni la casa si è sviluppata, tipici di tutto il paese, che si presenta abbarbicato sul fianco della montagna, mentre scale strettissime sgusciano lungo i fianchi delle case, collegando le poche tortuose stradine. Solo il bel Corso Umberto si snoda ampio e scorrevole, pieno dei suoi mille negozi e locali, costellato di tavolini all’aperto.

  Con pochi interventi mirati gli ambienti interni sono stati resi funzionali ad uno stile di vita essenziale, di riposo e di creatività. E’ una casa pratica, da vivere spesso all’esterno. Il piccolo soggiorno dalle pareti bianche, prive di quadri (“per il riposo dell’occhio”, dice l’artista), può trasformarsi in studio quando Rachele decide di tirare fuori tela e pennelli. Solo in camera da letto, dietro l’alta spalliera, qualche immagine alla parete: figurazioni sacre popolari e simboliche, quasi tutte ricordi di famiglia e qualche ricordo di viaggio. Come qualcuno di questi oggetti, anche le lenzuola sono ricamate dalla bisnonna e provengono dal corredo di quattro generazioni, quasi un filo che vuole legarsi al passato familiare.

  Ma l’incanto di questa casa viene dalle terrazze. Quella a livello, dove si trascorrono le migliori ore dell’estate, qui lunga quattro mesi, ha un grande tavolo in marmo, che invita a stare insieme, anche svolgendo attività o passatempi diversi. Su colonne in stile mediterraneo sono poggiate grosse travi e una copertura di canne che, insieme con le ampie tende bianche, riparano dal sole e da sguardi indiscreti. Nei vasi crescono gelsomini, gerani e altre piante locali. Da questa terrazza una scala a chiocciola porta a quella superiore, attrezzata a solarium. Da quassù il panorama è stupendo e si ha l’impressione di stare sospesi tra cielo e mare. La vista, a quasi 360 gradi, spazia dallo stretto di Messina, con la costa calabra, al teatro antico con le case del paese ai suoi piedi e degradanti verso il mare, al golfo di Naxos. Due enormi cipressi scuri, retaggio del lungo e profondo attaccamento a questi luoghi delle comunità inglese e tedesca, insieme con i molti giardini limitrofi, danno la sensazione di trovarsi in mezzo a un parco. Sulla destra, l’Etna offre scenari sempre nuovi, tra candidi pennacchi di fumo e fontane di lava incandescente che sgorgano durante le frequenti eruzioni. Infine alle spalle, incombente, il Monte Tauro, così chiamato dai più antichi abitanti perché il suo profilo richiama la schiena di un toro e dal quale deriva il nome della città. Su questa montagna si insediò una comunità di Greci, esuli da Naxos, nel corso di una guerra con altre colonie, rimanendovi e dando origine a Taormina. Oggi vi si può visitare quanto resta di una rocca fortificata e, appena più in basso, un monastero e il santuario della Madonna della Rocca, scavato in parte nella roccia. Ripidissime scalette, ma anche la carrozzabile, portano fino in cima, partendo proprio alle spalle della casa. Tutto il territorio taorminese, piccolo, ma carico di storia e in posizione suggestiva come pochi altri posti al mondo, è percorso da una rete di scale e sentieri, dal mare fino al delizioso Castelmola, ancora più in alto, come una vedetta. Affrontarli integralmente è un’impresa da vero trekking.

  E i padroni di casa? Le scale le hanno fatte, certo, e anche qualche sentiero, ma, con una punta di autoironia, ammettono che ogni loro fuga nel rifugio taorminese è, prima di ogni cosa, un chiudere dietro di sé la porta, un sospendere il tempo, un passo nel cielo.

Concetta Scuderi, illustratrice, artista

www.concettascuderi.it