Sui miei archi sopraccigliari
c’è una stanza piena di vapore:
traballavano sigilli inumiditi
dietro i colpi di una tosse reiterata.
Ma la soglia incisa è varcata
da un nuovo disgelo.
C’è una stanza piena di stupore
dietro gli archi sopraccigliari.

 

 

L’atto minimo del sorreggere quale nitido presupposto

Il primo “atto” che uno spazio di creazione tende – con magnanimità – a dispensare è dato dall’atto minimo del SORREGGERE: sorreggere adeguatamente l’individuo  che in esso si insedia o vi trova momentaneo appoggio e ancoraggio. Tale individuo si presume essere portatore, oltreché di presenza fisica, di ben specifici e personali assetti psichico-mentali e inoltre di peculiari cariche energetico-creative, ma più di tutto egli si caratterizzerà come individuo audacemente intenzionato, vale a dire propenso a tessere avventure temporali ed estetiche che siano degne di attenzione e rilievo, secondo logiche o piani costruttivi di gran lunga disparati, per risultati all’insegna dell’irriducibilità. In tal senso i suoi passi e i suoi attraversamenti (lineari oppure obliqui )  potranno dirsi certamente non indifferenziati.

A patto quindi che lo spazio di creazione sia dato come già esistente e configurato, il dischiudersi di una vera e propria vicenda di accoglienza significativa e amabile (che si originerebbe dallo spazio stesso) potrà verificarsi  con ogni probabilità in un istante immediatamente successivo a quello caratterizzante l’incontro propriamente detto, una sorta di tomus secundus che si genererebbe allorquando il primo contatto sorgivo tra le due forze chiamate in causa abbia dato modo di delineare una qualche forma -o parvenza-  di conoscenza, variamente esplicita e vivificata (conoscenza, s’intende,  dello spazio e di se stessi in tale spazio). Sarà questo di per sé un primo stadio di vicinanza-mistero, confortevole, sapida, attraente.

In definitiva chiameremo “nitido presupposto” l’atto minimo del sorreggere, mentre invece l’ospitalità di cui qui si sta parlando, che si intende anzitutto offerta dallo spazio in sé (giacché ancor prima di essere spazio di creazione esso sarà per l’appunto e segnatamente, spazio-grembo, spazio-involucro) potrà darsi e aprirsi con margini oltremodo variabili di immediatezza o gradualità, a seconda dei casi, delle circostanze.

In ogni caso dalla convergenza di tali aspetti ed elementi sequenziali potrà verosimilmente scaturire la conformazione di un habitat, ovvero il costituirsi di un tempo limpido e favorevole: tempo liquido-operativo, sentito come fortemente cogente e necessitante per l’edificarsi dell’ atto creativo. È a questo punto del percorso che potrà sostanziosamente insorgere, in forma più o meno accesa e inebriante, un costrutto relazionale vero e proprio, che potrà dirsi e farsi carnale, nella misura in cui esso risulterà esser legato e confacente alla vita (vita come esperienza e inferenza col/ nel mondo). Nello spazio di creazione il soggetto operante (o artista che dir si voglia) potrà felicemente e caldamente – ma anche criticamente-  adombrarsi, calarsi, immergersi e risvegliarsi.

Dal tremore investigativo al vibrante giorno catalizzatore

Nelle pagine della raccolta poetica intitolata Procedure esfolianti (Manni), di cui sono autrice, ho desiderato fortemente introdurre un concetto misto e scorrevole di tremore investigativo. Esso risulta essere strettamente connesso con quelli che sono i vortici e i flussi spiralici propri del gesto di creazione di cui si sta qui parlando. E difatti il tremore investigativo a cui alludo è  traducibile in avvincente e stuporoso stato di captazione del reale, da osservarsi e concepirsi come di per sé ampliato o ampliabile: un reale dunque inarcato e sfuggente rispetto a qualsivoglia forma di cristallizzazione (Ingrandisci il mondo con il tocco delle tue dita mi sento di suggerire, difatti, in un verso nello specifico). Un tremore di tal genere e di tale natura sarà dunque da vedersi – nettamente – come un punto di forza, come  un emozionato e accurato modo di disporsi verso l’esterno/interno, grazie a cui ritrovarsi agevolmente accostati e immersi nella  creazione, una creazione che a sua volta sarà parte di una salda, ma flessibile forma di dimestichezza ancestrale. A tale proposito verrà utilmente incontro Gilles Deleuze quando afferma: “Ci vuole una necessità. Uno che crea non lavora per il suo piacere. Uno che crea fa solo ciò di cui ha assolutamente bisogno”. (Che cos’è l’atto di creazione – Cronopio).

Si innesta dunque, felicemente, in tale porzione di discorso anche l’importanza del “giorno catalizzatore”, giorno oltremodo saliente,  caratterizzato da specifica luminosità  per la dirompenza  o emergenza, per l’appunto, di un’idea o  forma espandibile, di un vissuto traducibile in opera plasmabile, opera-pensiero.

E si giunge così ad un altro aspetto che qui infine ci riguarda, e consiste nel riconoscere o definire lo spazio di creazione come spazio fondamentalmente conchiuso, o meno. Ma probabilmente ogni spazio, seppur conchiuso, potrà rivelarsi ad ogni modo uno spazio-sentiero, sarà dunque smisurato e “smisurabile”, dotato di scorrevolezza intrinseca per un adempimento di  magiche  stratificazioni.

Si è fin qui parlato di spazi di creazione assolutamente tangibili e concretamente agibili. Non è esclusa, né sarà fuorviante, la possibilità di discorrere altresì di spazi e/o stanze di natura poeticamente immaginifica, nei cui vapori risiedere momentaneamente o fugacemente adombrarsi. Cosicché, rimanendo nel solco poetico, rimando in conclusione al componimento posto in apertura, che sancisce e prende atto proprio  di un siffatto spazio di sapore immaginifico, ammantato di invisibilità, purtuttavia consistente. In esso si trova puntualmente inscritta anche la tematica del disgelo, un disgelo prezioso e vitaminico, produttore di un’agevolazione e di uno smagliante disciogliersi di  energie, ancora una volta, creatrici.

In un caso o nell’altro – resta da dire – il nostro spazio di creazione sarà, pur sempre, una viva e pullulante  zona  incisiva, luogo di  compattezza rara e di  prodigiosa/intensa adempienza.

Anna Laura Longo

Lo studio-atelier dell’artista Anna Laura Longo è un personale spazio di creazione multidisciplinare, adibito anche a  pratiche laboratoriali.

Via Filippo Scolari n. 39, Roma
sito: www.annalauralongo.com