Sul numero 31 della rivista Storie, ai redattori della quale avevo spedito racconti da recensire, leggevo: “Dopo diciotto anni trascorsi nel Brasile amazzonico, condividendo lo stile di vita e la cultura degli indigeni Yanomami, la Emiri torna in Italia dove inizia a scrivere con autentica passione. I tre racconti (“Xurukurayu”, “Scatola nera” e “Volevo diventare quella che sono”) partecipano a una brillante lettura saggistica: ai riferimenti etno-antropologici si mescolano emozioni e autobiografismo. Raccontare e interpretare, questo l’intento. Scavando, senza lasciarsi abbagliare dalle prime impressioni. Sarebbero piaciuti a Bruce Chatwin”.

            Il problema era posto. Dovevo scoprire chi fosse Bruce Chatwin e perché il suo nome era stato associato ai miei scritti. Una enciclopedia della letteratura mi introduceva alla sua vita e opere. Fra i titoli citati, mi affascinava Anatomia dell’irrequietezza: pubblicato postumo, pensavo fosse uno dei suoi ultimi lavori, e quindi in grado di rivelarmi la maturità raggiunta dall’uomo e dallo scrittore; inoltre, la parola irrequietezza di per sé denunciava che qualcosa in comune io e Chatwin l’avessimo proprio. Una volta acquistato, il libro risultò essere l’insieme di materiali diversi pubblicati nel corso di una ventina di anni, raggruppati secondo un criterio tematico; quando ne iniziai la lettura avevo già scritto diciassette dei racconti inseriti in questo libro e mi infastidiva l’idea che qualcuno potesse dire che Chatwin ha influenzato il mio lavoro.

            Ho letto Anatomia dell’irrequietezza tutto d’un fiato e tirato un sospiro di sollievo di fronte all’apparenza che non avevamo niente in comune: l’irrequietezza di Chatwin derivava dalla necessità di viaggiare; la mia pensavo si manifestasse quando non scrivevo. Le pulci penetranti si insinuano sotto la pelle dei piedi degli Yanomami, scavano gallerie, depositano uova, queste si sviluppano e provocano dolore lancinante. Le parole di Chatwin si sono insinuate nella mia testa, hanno scavato gallerie, vi hanno depositato dubbi, questi sono cresciuti fino a pulsare e far male: ho dovuto riprendere in mano il suo libro, rileggerlo con calma, arrendermi di fronte all’evidenza che molte sono le cose che abbiamo in comune, delle quali non parlerò per non togliere agli interessati il gusto di scoprirle.

            “Diversivo. Distrazione. Fantasia. Cambiamento di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Senza cambiamento, corpo e cervello marciscono. L’uomo che se ne sta quieto in una stanza chiusa rischia di impazzire, di essere tormentato da allucinazioni e introspezione. Neurologi americani hanno fatto l’encefalografia a non pochi viaggiatori. È risultato che cambiare ambiente e avvertire il passaggio delle stagioni nel corso dell’anno stimola i ritmi cerebrali e contribuisce a un senso di benessere, di iniziativa e di motivazione vitale. Monotonia di situazioni e tediosa regolarità di impegni tessono una trama che produce fatica, disturbi nervosi, apatia, disgusto di sé e reazioni violente”. ¹

            Ho riletto la mia vita alla luce delle parole di Chatwin. Ho trascorso gli anni verdi standomene quieta in stanze chiuse di case, scuole e uffici, fino a percepire che ero a un passo dalla pazzia. Avevo trent’anni quando riuscivo a cambiare direzione, annunciando: “Vado in Amazzonia”. Nel tardo pomeriggio del primo giorno vissuto fra gli indios, alcune donne mi fecero dire che una di loro stava per partorire e che ero invitata ad assistere. Entrai in panico. La cultura occidentale aveva fatto sì che al parto associassi l’idea del dolore, delle grida, di stanze chiuse d’ospedale, di lenzuoli sporchi di sangue, di mani estranee che con forbici, ago e filo seviziano vagine. Attribuii un valore simbolico al fatto che un bimbo venisse alla luce proprio il giorno in cui io arrivavo fra gli Yanomami: una nuova vita, vita nuova per me, dovevo assistere al parto, comportarmi da donna.

            Non lontano dalla grande casa comunitaria, ma al riparo dagli sguardi degli uomini, la partoriente se ne stava accovacciata in mezzo a un circolo formato da donne che davano suggerimenti e bambini che vociavano allegri. Quando la vagina si schiuse, il nero dei capelli del bimbo contrastò plasticamente con il colore della carne. Quando la testolina apparve tutta, madre terra calamitò il piccolo mostrandosi impaziente di accoglierlo. Con esclamazioni, risate, grida gioiose, i presenti lo salutarono in coro.

            Mi sentivo spossata: avevo dovuto intraprendere un lunghissimo viaggio attraverso spazi, tempi e culture per scoprire che la cosa più naturale che possa accadere a una donna è partorire. La placenta venne interrata e con essa seppellii la truce immagine del parto che mi ero portata dietro. Mi recai al fiume per rinfrescare la mente. La luce del tramonto tingeva di rosso l’acqua che scorreva quieta.

            Caratterizzati da viaggi ciclici come mestruazioni, ebbero inizio gli anni della fecondità. A piedi, in barca, in bicicletta, in motorino, in auto, in camion, in pullman, in treno, in nave, in aereo, attraversai foreste, fiumi, praterie, il Brasile, un oceano, due mondi, tre culture. Diversità di situazioni e molteplicità di impegni tinsero di rosso quegli anni che scorsero impetuosi.

            In sostituzione di quelli geografici, preclusimi dalla nuova situazione esistenziale, per mezzo della scrittura oggi realizzo viaggi mentali. Insieme a Chatwin ho percorso il presente: non senza stupore, ho dovuto concludere che l’irrequietezza che lo caratterizza non si manifesta quando non scrivo, che altre ne sono le cause. Me ne sto inquieta in un paese chiuso. Diversivo e distrazione non sono elementi che fanno parte dell’aria che respiro. Monotonia di situazioni e tediosa regolarità di impegni mi affaticano. Le mie stesse reazioni violente mi causano lesioni, che l’apatia acuisce. Non sempre distinguo la differenza che passa fra allucinazione e introspezione.

            Non mi infastidisce più l’idea che qualcuno possa dire che Chatwin ha influenzato il mio lavoro. Ormai so che un’irrequietezza congenita ha indotto entrambi a inseguire il cambiamento, imprescindibile elemento del creare. La stesura di un solo racconto mi separa dalla conclusione di questo libro. Nei momenti di riposo, dipingo. Pur nelle varianti possibili, utilizzo solo il giallo, unico colore in grado di contrastare plasticamente con i toni bui degli anni senili.

  1. Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, Adelphi Edizioni, Milano, 1998, p.121.

Il racconto “Partire per partorire” fa parte della raccolta A passo di tartaruga – Storie di una latinoamericana per scelta, Loretta Emiri, Collana Incroci, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2016.

Loretta Emiri ha parlato della sua esperienza presso indigeni Yanomami alla trasmissione tv GEO&GEO del 2 gennaio 2018. Qui sotto il link con un estratto della puntata

https://www.youtube.com/watch?v=DgPS0hgqIUQ&feature=share