4.1.1

Ogni volta che torno nella mia terra, la Sardegna, di solito nel mese di agosto che nell’Isola è particolarmente infuocato anche sull’Altopiano, vado a rivedere per l’ennesima volta una Casa che amo molto, che mi riporta un poco alla mia casa patriarcale e matriarcale: la Casa Museo di Grazia Deledda, a Nuoro. Porto sempre con me come Baedeker un libro davvero speciale, l’ultimo suo romanzo, “Cosima”, quello che scrisse quando già il cancro al seno che l’aveva colpita l’avrebbe portata a morire il 15 agosto del 1936, a Roma, dove si era trasferita da giovane col marito, Palmiro Madesani.

“Cosima” fu pubblicato pochi mesi dopo la sua scomparsa e costituisce quasi il suo testamento, ma soprattutto un “precipitato” straordinario dell’intera sua vita simboleggiata da quella Casa che, nella memoria, non aveva mai abbandonato. Basta tenere aperte le pagine fin dalla prima e lasciarsi condurre dalle sue parole per ritrovare tutto il sortilegio che gli ambienti emanano, una specie di atmosfera sospesa, come se da un momento all’altro nel piccolo atrio cupo e silenzioso, nelle scale strette e ripide, nelle stanze raccolte potesse comparire lei, Grazia Cosima (Cosima era il suo secondo nome), minuta e ritrosa da bambina, fortissima e determinata fin da adolescente. Ecco quindi che siamo sull’ingresso, in fondo alla breve salita della via che oggi è intitolata alla scrittrice. Un grande portale di legno immette nel cortile, circondato come un fortilizio medievale da un alto muro di cinta, ma noi entriamo dal massiccio portone principale dell’abitazione che era, per aspetto e proporzioni, caratteristica delle famiglie benestanti del capoluogo di provincia. Alcuni piani, diverse stanze, un seminterrato dove si aprono la cucina e la dispensa e dove una volta si coricavano le serve, mai mancate nelle case agiate come quella della Deledda. Un servo poi era sempre pronto a tagliare la legna per il camino, a portare l’acqua dal pozzo e le derrate alimentari dalla campagna dove si coltivava tutto il necessario per le esigenze di una famiglia numerosa (sette figli, compresa Grazia).

A sinistra entrando si apre quello che fu lo studio del padre, il signor Giovanni Antonio, ricco proprietario e commerciante, poi si sale e si rivedono le stanze trasformate in museo, che si articola in dieci ambienti su tre piani, con la camera dei genitori trasformata nella Sala Premio Nobel, dove appunto si raccolgono le testimonianze del riconoscimento che Grazia Deledda ebbe nel 1926, unica scrittrice italiana e una delle pochissime al mondo, a coronamento della sua incessante e prolifica attività, un romanzo, talvolta anche due, all’anno, in circa cinquant’anni di attività. In una sala si celebra la Atene sarda, come fu chiamata Nuoro, perché tra Ottocento e Novecento vide esplicarsi le migliori menti della sua storia, compresa appunto la Deledda, ma anche Sebastiano Satta, il poeta avvocato, Francesco Ciusa, lo scultore, e tanti altri. Ci sono poi altre sale che rievocano le sue memorie, la stagione romana, la vita nella Capitale, a cui fin da ragazza l’autrice tese spasmodicamente finché non raggiunse il suo sogno, con il matrimonio.

Si arriva quindi, all’ultimo piano, alla camera che fu di Grazia, con semplici arredi e una finestra che guarda verso la Montagna di Nuoro, l’Orthobene, nomi, sia Nuoro, sia Orthobene, che ci riportano a radici forse pre-romane o greche e ci interrogano sul significato spesso misterioso se non misterico dei toponimi sardi, i quali di rado vengono detti correttamente. Guardando a quella Montagna, blu e rosa nella lontananza, e all’orto giardino che si stendeva sotto i suoi occhi e che curava personalmente, la giovanissima Grazia iniziò a sognare, quindi a scrivere le primissime novelle, i primi romanzi. Attentissima alla realtà agro-pastorale che la circondava, alle passioni quasi selvagge che avvertiva dentro e intorno a sé, seppe cogliere i movimenti dell’animo delle donne più misteriose, degli uomini più affascinanti, quasi avesse vissuto tutte quelle vite ritratte dalla sua penna incessante.

In realtà i suoi scritti parlano chiaramente della vocazione quasi primordiale alla scrittura, da lei sentita e perseguita con una sicurezza sorprendente in una fanciulla che viveva in un mondo totalmente isolato, soprattutto per una femmina, perché per i maschi di una famiglia borghese la sorte era decisamente migliore, comprendendo gli studi anche nelle lontane Sassari o Cagliari, sedi di Licei e Università. Ci aggiriamo tra le pareti imbiancate a calce, calpestando i pianciti dalle mattonelle qua e là sconnesse, friabili come biscotti, i soffitti a canne e travi di quercia, le piccole porte e finestre, quasi da casa di bambola, fatte apposta per proteggere gli ambienti dai tremendi inverni come dalle estati atroci, e ci vengono incontro le immagini lancinanti delle descrizioni che la narratrice fa di quelle stagioni, infernali per eccessi, subìte come calamità naturali dalla popolazione di quello che era, all’epoca della fanciullezza di Grazia Deledda, soltanto un grosso villaggio sperduto tra i monti di un’Isola, remota come le stelle o la luna da ogni consesso civile.

Eppure anche lassù arrivavano gli echi fatati di un’altra esistenza, con le riviste considerate quasi peccaminose dalle bigotte zie della scrittrice, le quali censuravano decisamente ogni novità che potesse arrivare dalle sconosciute città del “Continente”. L’istinto quasi atavico alla scrittura fa vincere in Grazia ogni ritrosia, tanto da nascondere le monete ricavate dalla vendita dell’olio d’oliva per poter inviare il suo primo raccontino a uno dei periodici che andavano allora per la maggiore.

La sua straordinaria audacia, cominciata quindi con una piccola sottrazione, attirò subito l’attenzione non soltanto della direttrice, in realtà un uomo, Epaminonda Provaglio, ma anche delle lettrici e poi di critici e estimatori o nemici, iniziando così una “carriera” che cesserà soltanto con la morte. Anche nemici sì, perché una scrittrice donna, a meno che non si relegasse nella zona minoritaria della letteratura da donzelle, era avversata strenuamente da un modo maschile e retrogrado di autori che non permettevano a nessuna creatura appartenente al sesso femminile di misurarsi sul loro stesso terreno. Il più strenuo avversario, se non proprio un nemico, tra i massimi autori della sua stessa epoca, fu il grande Pirandello, che la detestava tanto da scrivere un’opera in cui metteva alla berlina il “signor Grazia Deledda”, ossia Palmiro Madesani. Questo funzionario del Ministero aveva avuto il “torto” di sposare quella che sarà tra le più lette e amate romanziere d’Italia, fino a meritare il Premio Nobel, come si diceva. L’opera nella quale profuse la sua acrimonia nei confronti della scrittrice, che primeggiò tanto da meritare il Nobel prima di lui (Pirandello lo ebbe soltanto nel 1934), è il romanzo “Suo marito”, in cui appunto il drammaturgo siciliano, ritraendo “il genio sublime” della scrittrice Silvia (dietro cui è raffigurata appunto la Deledda), ne sbeffeggiava crudelmente lo sposo, a tutto proteso tranne che all’arte della moglie, tanto da cercare spasmodicamente occasioni di guadagno e di visibilità per lei e per sé. Pubblicato nel 1911, il romanzo non fu più ristampato in vita da Pirandello, proprio perché vi fu riconosciuta la celebre coppia, contesa da tutti i salotti più eleganti e dagli editori di tutta Italia.

Lasciando da parte miserie e tristezze della società culturale dell’epoca (non diverse le une e le altre da quelle della nostra, forse), passato per troppo tempo sotto silenzio il suo meraviglioso talento, elargito in decine di romanzi, ci auguriamo che si arrivi nel 2026 almeno, per i cento anni del conseguimento del Premio Nobel, alla degna celebrazione di questa grande donna, oltreché straordinaria scrittrice, con letture, mostre, convegni e la riscoperta o scoperta da parte dei lettori che per troppo tempo l’hanno colpevolmente ignorata o dimenticata.

Francesca Farina, scrittrice e docente

si ringrazia per la gentile concessione delle immagini l’ISRE – ISTITUTO SUPERIORE REGIONALE ETNOGRAFICO – REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA