Ho avuto la gioia e la fortuna di soggiornare per ben tre volte in Lettonia, nel giro di pochi anni, dal 2008 in poi. Sono stata accolta due volte come “resident writer” presso l’International Writers and Translators House di Ventspils, sulla riva lèttone del Baltico, nel 2008 e poi un paio d’anni più tardi. Sono tornata ancora invitata per un’iniziativa che aveva luogo non a Ventspils ma nella capitale, Riga, che ho avuto finalmente modo di conoscere a fondo. L’occasione era l’invito che ho ricevuto come poetessa a parteciapre ad un progetto europeo, Amber Vein, per il quale veniva invitato un autore per ogni paese dell’Europa a produrre un testo dedicato al tema dell’ambra,  prodotto nazionale del paese, come già avevo riscontrato raccogliendo frammenti della preziosa resina fossile sulle larghe spiagge del Baltico. I testi sono stati poi musicati dall’Orchestra Nazionale Lettone, e il tutto è stato presentato in una serata in grande stile in un teatro di Riga, con compositori, musicisti e poeti. I materiali sonori e poetici del Festival sono poi confluiti in un bel cofanetto CD. Inoltre, un mio testo in poesia dedicato alla Lettonia è stato nel frattempo tradotto e pubblicato in un’Antologia realizzata dalla  Writers’ Hous di Ventspils, 2011  con testi degli autori invitati nella Residenza. Qui sopra potete vedere l’immagine della copertina, un faro disegnato che si immagina affacciato sulle tempestose rive baltiche.

Insomma, del tutto inaspettatamente, senza che ci fosse nessuna conoscenza personale preliminare,  si sono creati molti legami culturali con un paese che fino a qualche anno fa faticavo a reperire sulla carta geografica. C’è una ragione, per questo, ed è che la Lettonia, almeno in questa fase storica nella quale l’ho conosciuta io, è un paese piccolo ma volenteroso di intessere relazioni con la cultura degli altri paesi Europei. La Lettonia, paese che ha sempre lottato fieramente per la propria indipendenza, conquistata definitivamente solo nel 1991,  è entrata a far parte dell’Unione Europea nel 2004, e nel 2014 ha abbandonato la propria moneta per l’euro. Priva del patrimonio archeologico e artistico dell’Italia e della solida tradizione culturale della Francia – tanto per fare alcuni esempi – la Lettonia ha puntato molto sulle relazioni culturali, avviando una serie di iniziative letterarie, musicali (la musica ha un posto di assoluto rilievo nel paese) e artistiche, con il sostegno dei Fondi europei e coinvolgendo autori e artisti stranieri.

Sono quindi ben felice di riconoscere tale impegno e dedizione, scegliendo come copertina di questo libro proprio una foto che ho scattato a Ventspils, nella piazzetta di fronte alla Writers’ House. Rrappresenta una sorta di “monumento alla scrittura”, un calamaio gigante da cui escono penne d’oca in ferro, pronte a scattare al servizio dell’ispirazione poetica.

Ho chiesto recentemente via email a Ieva Balode, una delle responsabili della Writers House di Ventspils, se erano presenti altre strutture di accoglienza per gli autori in Lettonia, ma lei ha risposto che la struttura di Ventspils “è la sola residenza letteraria internazionale in Lettonia”. Il che vuol dire che forse ce ne sono anche altre, ma sono riservate alle vacanze degli autori nazionali, come si usava fare (e in parte si usa ancora) in molti paesi dell’Est Europa.

Dunque se volete visitare la Lettonia usufruendo di un programma di residenza di scrittura dovete necessariamente indirizzarvi all’International Writers’ and Translators House di Ventspils. E’ un piccolo centro situato sulla costa baltica, è un si raggiunge dalla capitale, Riga, con un pulmann che attraversa boschi infiniti, punteggiati di villaggi. All’arrivo troverete ad accogliervi alla stazione degli autobus le responsabili della struttura, e già questo indica con quale slancio fanno il proprio lavoro.

L’edificio che ospita la struttura è stato ristrutturato nel 2005 e trasformato in un centro residenziale per scrittori nel 2006, e da allora opera con il sostegno dello Stato e di vari programmi europei, anche in occasione di Riga Capitale Europea della Cultura, nel 2014.

La finalità dei progetti di residenza per scrittori e traduttori letterari provenienti da tutto il mondo è quella di creare occasioni di scambio e dialogo interculturale, anche per favorire lo sviluppo e l’internazionalizzazione della cultura in Lettonia.

Sono previste anche piccole borse di scrittura per gli autori selezionati per le residenze, che in genere durano fino a quattro settimane. Alla fine dell’estate, che è il periodo in cui il Centro è più affollato di autori stranieri, si tengono anche dei reading pubblici e un festival di poesia e teatro.

Il Centro di Ventspils fa parte di una rete di Writers Houses che comprende tra gli altri il Baltic Centre for Writers and Translators di Visby (Svezia), del quale parliamo diffusamente nel capitol sulla Svezia ; la Writers’ and Translators’ House di Käsmu, in Estonia, e strutture in altri paesi europei ed extraeuropei.

Il testo che segue è un “diario di viaggio”  della mia prima residenza di scrittura alla International Writers´ and Translators´ House di Ventspils, nell’estate del 2008.

SETTE METEORITI MENTALI E ALTRE NOTE DI VIAGGIO NEL BALTICO

Venerdì 18 luglio.

 Verde profondo e compatto sotto l’aereo, come un muschio accogliente, quasi a ridosso della linea scintillante del mare. Avvicinandosi a terra, ciò che dall’alto sembra muschio fitto si dettaglia in foreste, boschi e raggruppamenti arborei, a perdita d’occhio. La cosa strana è vedere fitti boschi non in alta quota, ma a livello del mare, su una scacchiera piatta composta da tasselli in vari colori e sfumature con foreste, campi coltivati, villaggi, città, senza il minimo salto di livello, senza il più piccolo trasalimento del terreno. Eccomi di nuovo sul Baltico, ma questa volta sulla riva opposta: nel luglio del 2006 ero a Visby, sull’isola di Gotland, in Svezia, nel Baltic Centre for Writers and Translators, e proprio lì ho saputo di quest’altra Writers House che stava aprendo sulla costa lettone. In qualche maniera i due posti sembrano far parte di una stessa terra anticamente unita e poi separata da chissà quale cataclisma tellurico. Se si segue la forma concava del lato orientale dell’isola di Gotland, quello rivolto verso la Lettonia, si vede che combacia quasi perfettamente con la costa lettone, convessa proprio all’altezza di Ventspills, che sulla cartina si trova in perfetta linea orizzontale con l’isola. Anche la geografia ha una storia, che si dipana non nei secoli ma nelle ere geologiche, e sempre mi impressiona vedere sulle antichissime mappe le diverse forme e confini dei continenti, che ora ci sembrano definitivi ma che invece proseguono le loro imperscrutabili derive.

All’aeroporto di Riga una copia di passeggeri giovani e ricchi, tutti griffati in marche italiane, aspettano con me le loro valigie (anche queste griffate) sotto un grande cartellone pubblicitario di Palazzo Italia, probabilmente un grande negozio – o forse una galleria con più negozi – specializzato in Italian fashion. Come ho già notato in  molti paesi dell’est, c’è probabilmente anche qui una generazione di trentenni di successo, con cellulari, macchine sportive e shopping internazionale, mentre nelle zone rurali si concentra la popolazione più povera, per la quale il tempo dell’occidentalizzazione ha portato soltanto disagi e mancanza di assistenza da parte di uno Stato ormai votato al culto del libero mercato.

Fuori dall’aeroporto mi aspetta Dagnjia Dreika, poetessa lèttone e traduttrice di poeti francesi da molto tempo, le prime edizioni di Rimbaud e di Baudelaire sono state le sue. Ci siamo conosciute in Slovacchia, al Festival Cap à l’Est di Banská Štiavnica, mi piace avere questa rete di amici scrittori in tutti gli angoli d’Europa.

Dagnjia è fieramente antirussa, la sua avversione si estende fino a indicare in ogni ubriacone di Riga uno dei russi rimasti qui come le scorie che lascia sulla spiaggia la marea quando rifluisce. Sembra che siano rimasti i peggiori, quelli senza mestiere e senza prospettive. L’avversione di Dagnjia per i russi ha motivazioni storiche (tutta la popolazione lèttone non ha ancora digerito l’annessione all’URSS) ma anche personali, dal momento che suo nonno, un lèttone di origini tedesche, è morto di fame in Siberia, mentre il padre è tornato da quel deserto ghiacciato a piedi, nutrito con il pane che il nonno si era tolto per tenerlo in vita. Certo, vista da fuori la sua avversione sembra veramente eccessiva, camminando per Riga mi dice che tutto sommato era migliore l’invasione dei nazisti rispetto a quella dei sovietici. E’ interessante osservare le ferite e i postumi della Storia sulle persone, sulle singole storie, attenti agli snodi in cui la storia personale incrocia e si intreccia con la Storia collettiva. In questi nodi, in questi grumi spesso impuri di vita e di vicende, ci sono le verità umane, spesso nascoste da sommarie e manipolate verità storiche.

Certo è che la cultura tedesca ha lasciato una forte impronta a Riga, credo che l’ammirazione di lunga data per la cultura tedesca, qui fortemente radicata, sia stata una sorta di attenuante agli occhi dei lèttoni per le aberrazioni del nazismo. Dagnjia mi mostra l’imponente palazzo dell’ambasciata tedesca, poi la casa dove Richard Wagner ha abitato nel suo lungo soggiorno a Riga.  Ora c’è una via intitolata a Wagner, nel luogo dove c’era lo studio del musicista. Riharda Vāgnera Iela. E’ buffo, nelle lingue che declinano i nomi propri, a volte questi diventano quasi irriconoscibili. Una targa riporta le date del soggiorno: 1937-1939. Per sfuggire ai creditori Wagner si trasferisce a Riga, dove ottiene un posto da dirigente musicale, che perde però due anni dopo. Qui scrisse l’opera Rienzi. Nel 1839, nuovamente in fuga dai creditori, varca di nascosto, il confine fra Russia e Prussia, si imbarca su una piccola barca a vela alla volta di Londra: da questo viaggio burrascoso, in balia di un mare avverso, Wagner trarrà ispirazione per  “Il Vascello Fantasma”. “ Come sembrano poetiche le vite,  persino i creditori sembrano forze benigne che contribuiscono all’ispirazione. Se uno riuscisse a guardare con questo stesso occhio la propria vita, e i propri creditori…..

La sera, sfogliando un bel libro su Riga che mi ha regalato Dagnjia, e altri materiali che avevo stampato da internet, scopro che alla Lettonia sono legati altri nomi famosi, tra gli italiani sicuramente il più famoso è Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che ha vissuto per vari anni nel castello di Stāmeriana, dopo aver sposato nel 1932, proprio qui a Riga, la nobildonna Alexandra von Wolff, già al suo secondo matrimonio. Dalle foto su Internet il castello di Stāmeriana deve essere bellissimo, peccato che si trovi in tutt’altra parte del paese sia rispetto a Riga che rispetto a Ventspills. Non è sulla costa, come queste due località, ma nel cuore interno e boscoso del paese. Pare che ci sia una biblioteca favolosa, in parte creata proprio da Tomasi di Lampedusa. Certo dopo i caldi siciliani immagino che gli inverni nei boschi gelidi di un paese confinante con la Russia non deve essere stato il massimo. Immagino lo scrittore immerso in lunghe letture nel salone riscaldato dal camino. In realtà poi dai documenti mi sembra di capire che i due coniugi vissero soprattutto a Palermo, con la madre di lui, ma che Alexandra scappò ben presto per tornare in Lettonia. La nobile e colta dama, studiosa di psicoanalisi, al secondo matrimonio, si sarà detta “Meglio i lupi della steppa nordica alla porta che la suocera sicula in casa…”

Sabato 19 luglio

Altri giri per Riga, bisognerebbe girare con il naso all’insù per guardare tutte le sculture sui tetti. Una delle più belle è sicuramente la casa in stile art decò denominata Maison des Chats, sovrastata scultura stranissima enorme di gatto in bronzo sul tetto. Mentre fotografavo casa e scultura un gatto vero si è manifestato sulla soglia per farsi fotografare. Inseguendo con la macchina fotografica un altro gatto proprio all’angolo della casa, in un piccolo giardino, sono incappata in una strana scultura, nota qui come Viso di Pietra. La scultura è stata trovata da alcuni archeologi, nessuno ne sa l’origine, forse è una figura mitologica, o forse lo scherzo di un artista. Mi impressiona la sua rassomiglianza con la raffigurazione che un’artista ha realizzato per illustrare una mia favola, Il paese delle orme, che ha per protagonista una pietra rotolante, una rolling stone identica a questa che ora sta al centro di un minuscolo giardino pubblico di Riga. Vedi come arrivano lontano, le pietruzze rotolanti…..

Nel caldo afoso del pomeriggio parto in pullman per Ventspils. Dagnjia mi saluta da terra, tra qualche giorno arriverà anche lei alla Writers’ House sulla costa. Il vecchio bus percorre una strada tra i boschi, a volte qualche anziana vende sul ciglio della strada i “frutti della foresta”, tipici del paese: lamponi, mirtilli, visciole. In Italia sono frutti esotici, qui sono diffusi e popolari come le patate. Lungo la strada noto la frequente presenza di grandi cicogne appollaiate in appositi nidi costruiti in cima a pali della luce, o sui tetti delle case.  Mi piace immaginare – e forse è proprio così – che si tratti di rituali per attirare la buona fortuna, o la fecondità, di cui le cicogne sono simboli.

Alla stazione dei pullman mi aspettano la direttrice della International Writers’ House, Andra Konste, e la coordinatrice della struttura, Ieva Balode, entrambe piacevolemente informali, come sempre nel nord Europa. Contrariamente a quanto accade in Italia i funzionari o professori o direttori dei paesi nordici non hanno bisogno di circondarsi di un alone quasi mistico e reverenziale per essere credibili.  Prima impressione di Ventspills, nel tardo pomeriggio: grida di gabbiani nel silenzio di un piccolo villaggio. Nei giorni successivi ho poi scoperto che si tratta in realtà di una cittadina piuttosto estesa, e fortemente abitata, con un passato glorioso di porto commerciale, avviato già nel 1300. Ma la Writers’ House è un po’ separata, in una piazzetta vicino ad una delle rive dei vecchi moli, dove non passa quasi mai nessuno.

La Casa degli Scrittori è un’ampia e bassa costruzione in pietra, con la facciata sulla piazzetta (dove si affacciano anche una grande Biblioteca e una Chiesa) e il retro che comprende un giardino piccolo ma accogliente. Non ho più lo stupore della mia prima volta in una Writers’ House, a Visby, amplificato anche dal fascino di essere su di un’isola in mezzo al mare, raggiungibile soltanto con un’ora di un piccolo aereo da Stoccolma o da una nave, che però parte da qualche località della costa sud della Svezia. Tuttavia è sempre un’emozione entrare in una casa che non sarà un alloggio temporaneo ed estraneo, come un albergo, ma il luogo dove per un lungo mese vivere, mettere la spesa in un ripiano del grande frigo collettivo, scrivere, fare amicizie, fare il bucato nelle lavatrici a disposizione e stenderlo all’aperto in cortile, fare la sauna, prendere in prestito un libro dalla biblioteca. E’ un’esperienza che consiglio ad ogni scrittore. Peccato che siano pochissimi gli scrittori italiani che girano in questi posti. Qui a Ventspills sono la seconda italiana a sbarcare, anche a Visby ero l’unica dispersa mediterranea in mezzo a scrittori soprattutto dell’Europa del nord e dell’est. In Italia gli scrittori preferiscono stare a casa propria, o ospiti da amici per le vacanze, rimanendo pigramente nelle loro abitudini, molti non parlano lingue straniere, o forse semplicemente molti ignorano l’esistenza di queste Case degli Scrittori, sparse in tutta Europa, di questo modo di viaggiare unico nel suo genere.

Domenica 20 luglio.

Proprio di fronte alla Writers’ House, nella piazzetta che contiene anche la magnifica Biblioteca pubblica, c’è una chiesa luterana. Mentre facevo colazione nella cucina della Casa ancora silenziosa – sembra che le allodole mattutine come me siano poche tra gli ospiti –  ho sentito suonare le campane, e ho deciso di affacciarmi a curiosare. Protetti da un gentile signore in nero che apre la porta e soavemente controlla chi entra, gli abitanti di Ventspils ascoltavano una messa cantata, con il contributo di un magnifico organo, perfino sproporzionato alle dimensioni della chiesa. Le panche e gli arredi in legno dipinto in bianco e verde acquarello – come quelli che si usano nelle camerette di bambini – creavano un alone di pacifica luce, ben lontana dalla drammaticità metafisica di certe chiese barocche. Un’atmosfera di sereno raccoglimento di una comunità di villaggio: molte teste bianche di anziane ed anziani, con prevalenza di donne come sempre nelle chiese, ma anche famiglie con bambini piccoli, e qualche ragazzotto con tatuaggi sulle braccia e ragazzine con gonna corta. La cerimonia della comunione è un po’ diversa da quella cattolica, e si svolge in un rituale complesso e lungo, accompagnato dalla musica. I fedeli, a piccoli gruppi (gli altri aspettano in ordinate file) si dispongono inginocchiati in una lunga panca di fronte all’altare, l’officiante con abito talare passa a benedire ognuno appoggiando le mani sulla testa, poi due suoi aiutanti vestiti in abito nero con croce all’occhiello passano a distribuire rispettivamente l’ostia e a far bere ciascun fedele da un unico calice, pulendolo ogni volta con una salvietta. Ho notato che tutti quelli che vanno a fare la comunione lasciano borse e borsette appese nei banchi ad appositi ganci, nessuno la porta con sé. Evidentemente si conoscono tutti, oppure hanno una grande fiducia nel prossimo. Anche la Writers’ House è quasi sempre accessibile – tranne la notte quando viene attivato l’allarme, e anche questo soltanto da poco, da quando sono stati rubati dei computer. Durante il giorno però il cancello del giardino è aperto, e aperta è la porta finestra che dal giardino porta nella cucina e da lì alle camere. Credo che qui comunque il peccato più frequente in queste latitudine non sia rubare ma ubriacarsi, almeno a giudicare dal numero di vagabondi che si vedono nei negozi e supermarket a comprare bottiglie di birra pagando con infiniti spiccioli, il risultato di elemosine probabilmente. Nei negozi sono sempre tolleranti con loro, le commesse aspettano che abbiano finito di contare le monetine farfugliando e cercandosi nelle tasche di zozzi pantaloni.

Il pomeriggio sono andata a passeggiare lungo il vecchio porto commerciale, che è in effetti a cinque minuti a piedi dalla Writers’ House. Ventspils è stato il maggior porto di transito per il petrolio sovietico, ora è in parte dismesso, rimangono soltanto poche attività e molte delle gigantesche strutture arrugginiscono inutilizzate. Dal 1996 ha lo status di porto franco. Mi diverto a fotografare il porto industriale, l’industriarsi delle grosse navi e chiatte da trasporto, le strutture in metallo, le gru, i mucchi di carbone. Mi affascinano, molto più della parte balneabile della costa, nonostante la palpabile presenza di fattori inquinanti, l’odore di nafta che a volte le navi si lasciano dietro in scia, i metalli che marciscono nel terreno. C’è qualcosa di epico, in questo gigantesco porto dell’ex-potenza sovietica. La ruggine di queste strutture è la ruggine stessa della Storia. Ho perfino preso un battello turistico che fa il giro del lungo porto, per vedere e fotografare meglio le strutture. Sotto gli occhi un po’ perplessi dei turisti, che tenevano le macchine fotografiche in mano inutilizzate in attesa di qualcosa di canonicamente bello da immortalare, ho scattato molte foto a gru fatiscenti, vagoni ferroviari fermi sui binari dell’angiporto, banchine di carico ricoperte di vegetazione selvatica, imbarcazioni in secca, silos pieni di crepe. Fotografie di vago sapore costruttivista, e insieme fascino di rovine di una civiltà, come se queste gru fossero totem di qualche città sepolta. Poi il battello ha virato verso la parte abitata del porto, dove ci sono anche costruzioni interessanti turisticamente – il Castello dell’Ordine dei Livoniani, la vecchia costruzione della Capitaneria di Porto, le nuove fontane scolpite – e qui i turisti si sono rianimati, e hanno fatto a gara a catturare qualche immagine-cartolina da mostrare a parenti e amici.

Lunedì 21 luglio

Prima spesa al mercato di Ventspils, molto colorato e fornito. I frutti di bosco sono diffusi ed economici come avevo immaginato vedendone i cesti in vendita lungo la strada statale. Sempre dai boschi arrivano dei funghi a campana, gialli, ma per il momento non me la sento di acquistarli, voglio prima sapere dalle responsabili della Casa se sono sicuri. Tra i venditori nessuno parla l’inglese, figuriamoci l’italiano. Così imparo a fare la spesa a gesti, e a farmi scrivere, mimando il gesto, la cifra da pagare in lire lèttoni su foglietti. In un banco di frutta la venditrice fa ancora i calcoli con un pallottoliere di legno colorato, che manovra con sorprendente velocità. In un altro banco vendono solo fiori e patate, e colpita dall’accoppiamento insolito li compro entrambi. La prima parola che imparo in lettone è Alus, birra. Ne vanno matti, e ne distillano una varietà autoctona qui a Ventspils, densa e saporita., la Užavas Alus. Il vino è considerato qualcosa di esotico. Un giorno ho incontrato nel supermercato vicino alla Writers’ House uno degli ospiti, un poeta e giornalista lèttone, e accanto agli scaffali ci siamo imbarcati in una animata discussione in inglese riguardante il vino, in cui lui cercava di convincermi che i vini italiani e francesi hanno troppo carattere, e che la gente vuole invece vini equilibrati, come quelli californiani o cileni.

Martedì 22 luglio

Dopo la scoperta della pietra con il viso scolpito a Riga, altre pietre accompagnano questo viaggio. Tutto il lungoporto è costellato di sculture in pietra, di vario genere e di vario interesse. Sicuramente la più interessante, soprattutto per il titolo, è quella denominata “Sette meteoriti mentali”, scultura del 1996 di un certo O.Feldbergs, come recita la targa illustrativa sul lato. Ho cercato poi su Internet notizie su questa scultura e su questo autore, ma senza riuscire a trovare nulla. Ho trovato però in una pubblicazione nella biblioteca della Casa degli Scrittori la storia di una meteorite vera, di cui rimane un cratere-lago sull’isola di Saarema, a poca distanza dalla costa lèttone, ma già nelle acque appartenenti all’Estonia. Decido di andarci, mi affascinano le meteoriti, sono anche loro delle rolling stones che corrono su e giù per gli spazi interplanetari, imprevedibili e bizzarre come i meteoriti mentali che rimbalzano tra i campi gravitazionali dei pensieri.

Camminando per quasi mezz’ora arrivo finalmente alla costa balneabile oltre gli spazi chiusi e ingombri del porto. Dietro un’alta duna cespugliosa, il mare. Il vento è molto forte, solleva in mulinelli la sabbia chiarissima e fine. A Gotland la marea gettava sulle rive piccoli frammenti fossili, pietre grigie spesso con tracce di animali preistorici all’interno. Qui, a quanto mi hanno detto le responsabili della Writers’ House, il mare a volte deposita in spiaggia pezzi di ambra, che è sempre un fossile, ma talmente bello da poter diventare un gioiello. Sollevando un pugno di sabbia per esaminarla alla ricerca di ambra, ho catturato invece due coccinelle, forse scese dai fitti cespugli che delimitano la spiaggia.

E’ tutto molto pulito, sia la spiaggia che il mare, freddissimo (mi limito ad immergere la punta di un piede). Su una guida che avevano alcuni italiani in gruppo sull’aereo, avevo letto che  Ventspils, alla fine degli anni ’80 soffocava nelle polveri di carbonato di potassio, ma poi è stata oggetto di una vasta operazione di pulizia, ora la località costiera ha la “Bandiera Blu”.

Mi metto in un angolo riparato a leggere, voglio vedere che effetto mi fa rileggere su una immensa e quasi deserta spiaggia nordica la mia favola Il paese delle orme, che è ambientata appunto su una spiaggia, e che già Dagnjia – che l’ha letta nella versione francese – sta iniziando tutta infervorata a tradurre in lèttone. I fogli mi scappano dalle mani e corrono sulla spiaggia, portati dal forte vento di mare, così rapidi che non riesco a riacchiapparli, e corro a perdifiato per un bel po’. Poi finalmente un uomo si volta verso di me e capisce la situazione, si piazza un po’ piegato in avanti come un portiere di una partita di calcio e letteralmente “para” i fogli che gli passano accanto.

Mercoledì 23 luglio

Nelle lunghissime serate, con la luce dell’estate nordica che fino a mezzanotte resiste caparbiamente in cielo, leggo un libro di narrativa storica che riguarda insieme l’Italia e la Lettonia. L’autore è  Maurizio Lo Re, che per alcuni anni ha ricoperto l’incarico di ambasciatore italiano a Riga, e durante il suo mandato è incappato in uno strano personaggio storico, Filippo Paulucci. Il libro, intitolato appunto  Filippo Paulucci, l’italiano che governò a Riga, (Book & Company) racconta la storia di questo personaggio particolare, cadetto di una famiglia di marchesi e avventuriero, ha contribuito a liberare i servi della gleba in Lettonia, a promuovere la lingua lèttone, all’ammodernamento urbanistico di Riga, al punto che – come racconta l’autore in una nota – gli era stata dedicata una strada nella capitale. Nel 1925, però, subito dopo la prima indipendenza della Lettonia, la strada aveva cambiato nome. Io non sono in genere una fan dei libri storici, ma devo dire che questo mi affascina per lo stile e soprattutto per la possibilità che ho di leggerlo qui, in loco, immersa nell’atmosfera del paese e della cultura. Intanto mi ha permesso di scoprire qualche cosa sulla storia della Lettonia, che nel XIX secolo, al tempo di Paulucci, era ancora divisa nelle regioni della Livonia (dove si trova Riga) e della Curlandia  – dove si trova Ventspils, e quindi dove mi trovo io con questo libro in mano nell’infinito crepuscolo baltico. Del resto anche Ventspils a quel tempo aveva un altro nome,  Windau.

Giovedì 24 luglio.

Stasera nel giardino della Casa degli Scrittori una proiezione all’aperto, sul muro di cinta – con un proiettore collegato a un computer – di cartoline d’epoca di Ventspils e dintorni. Tutto questo è in perfetta sintonia con il libro di Lo Re sulle vicende storiche della Lettonia. Certo era un bel tipo quel marchese Paulucci, che si era preso la briga di venire nel freddo delle foreste di betulle per perorare la causa dei servi della gleba, chiedendone ai latifondisti della Livonia, della Curlandia e dell’Estonia l’affrancamento e la cancellazione del debito contratto con il padrone della terra durante il suo stato servile. L’autore della biografia di Paulucci ha riportato stralci di lettere, ed è in effetti notevole leggere una missiva che Paulucci manda il 13 dicembre 1818 al Landtag (il governo della regione) che affrancare i servi della gleba senza cancellare i debiti è una finta liberazione, perché “se il debitore dovrà restituire i debiti, facendo il bracciante, egli certamente perderà in modo indiretto la libertà personale e la sua posizione diventerà pessima”.

Sulle cartoline di Ventspils-Windau, foreste sbiadite in color seppia si alternano a ville sbiadite color seppia, a paesaggi marini color seppia. Sicuramente queste immagini restituiscono meno la storia del paese delle parole di Lo Re, italiano appassionato della Lettonia.

Venerdì 25 luglio.

Dagnjia ha finito la sua traduzione – attraverso la versione francese – della mia favola Il paese delle orme, ho deciso che per l’edizione lèttone che lei vuole proporre ad una casa editrice  al posto delle illustrazioni della prima edizione metterò alcune delle foto che sto facendo qui, ad ogni passeggiata sulla costa, con il sole o il vento, con le onde lunghe e il sole abbacinante nelle pozze bagnate sulla sabbia. Alcune delle foto sono risultate – al di là delle mie aspettative – quasi astratte, ricordano alcune immagini di arte povera.

Sabato 26 luglio

Nel giardino stasera, ho visto svolgersi un episodio che è l’esatto contrario della Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepúlveda, favola tutta positiva e perfino melensa di amicizie fra specie diverse, e di solidarietà tra esseri viventi. Lì c’è un gatto che alleva una gabbianella sperduta e orfana, la protegge fino a quando questa non sarà un’adulta autonoma e in grado di volare. Qui, ho visto sotto i miei occhi malinconici – come sempre nel momento del calar del sole – un gatto vecchio e malato di una brutta ferita al collo essere letteralmente cacciato dalla scodella di cibo che le responsabili della Casa gli avevano preparato in un angolo all’aperto, per non farlo mangiare con gli altri due gatti in cucina. A cacciarlo è stato un gabbiano, enorme, che è planato a becchettare con il suo becco adunco tutto il cibo, soffiando ad ali spiegate per cacciare il legittimo commensale. Il gatto, troppo debole per combattere, si è rifugiato sotto l’altalena, e il gabbiano ha finito tutto il cibo, e poi è volato via. Non c’è un finale positivo per questa favola, anzi non è nemmeno una favola. E’ la vita nuda e cruda, in un infinito crepuscolo nordico.

Domenica 27 luglio

Il mercato ortofrutticolo è aperto anche di domenica, finalmente ho il coraggio di comprare i funghi locali dalle vecchiette con i secchielli pieni di prodotti dei boschi, e di mangiarli.

Lunedì 28 luglio

 Dopo averla vista tante volte da fuori, mi decido ad entrare nella Biblioteca di Ventspils, in parte una costruzione in pietra e in parte un corpo aggiunto moderno, in legno e vetro, come si usa nel nord Europa. E’ enorme per un posto così piccolo e periferico. Nessun libro italiano, neppure tradotto. Mi ricordo che nella Biblioteca Pubblica di Visby, sull’isola di Gotland, altrettanto bella e moderna, erano allineati una trentina di libri italiani, in gran parte tradotti in svedese, alcuni anche in italiano, soprattutto classici ma anche autori noti del Novecento (Bassani, Moravia, Pavese, Pasolini). Ế interessante vedere quali libri italiani si leggono all’estero, soprattutto in posti sperduti.

Dopo la delusione della totale assenza di libri italiani alla Biblioteca Pubblica, esplorando la saletta biblioteca della Casa degli Scrittori –  che contiene soprattutto i libri scritti o tradotti dagli ospiti della Casa, e qualche libro sparso lasciato qui forse per alleggerire le valigie del ritorno – ho trovato un’edizione francese di alcune novelle di Pirandello, dalle Novelle per un anno, tradotte con il titolo collettivo Eau amère da Gallimard. Leggo i titoli delle novelle in francese, chissà a cosa corrispondono in italiano. Eau amère. La mort à la bouche. Le mal de lune. Quand j’étais fou…Ho letto le novelle di Pirandello quasi trent’anni fa, e mi fa piacere rileggerlo. Soprattutto mi piacciono questi cortocircuiti culturali. Sul dondolo del giardino della Casa degli Scrittori, in una cittadina lettone sulla costa del Baltico, leggo le novelle di Pirandello in edizione francese che evocano luoghi come Chianciano o la Sicilia, bevendo birra locale di Ventspils, amara come l’acqua di cui parla la novella. Questi sono gli aspetti positivi della globalizzazione, ovvero quelli non tendenti verso l’omologazione delle culture ma l’integrazione, favorita dalla facilità della circolazione di libri, merci, persone.

Martedì 29 luglio

Esperimento di traduzione multipla dal vivo, tra italiano, francese e lèttone, in una cucina baltica, con la partecipazione virtuale di Ingeborg Bachmann. Io e Dagnjia avevamo deciso di tradurre reciprocamente dei nostri testi di poesia, passando attraverso il francese come lingua condivisa. Dagnjia ha già fatto in due giorni molte traduzioni, io sono stata meno attiva su questo, ho solo fatto, sulla spiaggia, una prima traduzione in italiano a matita accanto alla versione francese. Bref, ieri Dagnjia mi chiede se c’è la versione francese anche del mio testo sulla Salamandra (Resistere come le salamandre, ne Il sanscrito del corpo) perché anche lei ha un testo dove si parla di salamandre. Mi dà il suo in francese, che io traduco subito perché è breve. Poi traduco anche il mio dall’italiano al francese, e porto la versione a Diane Meur, scrittrice belga che vive a Parigi, per una revisione. La cosa particolare è che Diane è anche traduttrice dal tedesco, e quindi ritraduce direttamente in francese dalla versione tedesca (che io ho trovato su Internet) la frase di Ingeborg Bachmnann che ho messo in incipit del mio testo: “Vedo la salamandra guizzare attraverso tutti i fuochi. Non la incalza alcun fremito, e non prova alcun dolore”. Ich seh denj Salamander……

Mentre io cucino una minestra di verdure per la cena, Diane seduta accanto a me mi chiede spiegazioni sul testo, e apporta delle variazioni. Più in là Dagnjia sta per conto suo, bevendo vino rosso e leggendo da un’antologia i testi di un poeta lèttone di lingua russa che aveva conosciuto e anche ospitato, e che è morto giovane. Alla fine di una lunga revisione, con momenti di divertimento surreale, la versione francese è pronta, e la passo a Dagnjia per la traduzione in lèttone, che lei farà stanotte, essendo di abitudini notturne.

Tutto questo andirivieni tra le lingue sembra faticoso, e in effetti in alcuni momenti richiede molta attenzione, ma quando l’atmosfera è rilassata e amichevole, come in questa cucina di una Writers’ House in piena estate, il viaggio tra le lingue diventa un itinerario fantastico…

Forse tra donne è più facile trovare subito questa sorta di intimità e sintonia. Gli autori maschi ospiti qui nella Casa sono più orsi e solitari, come un Estone che sta tutto il giorno in giro in bicicletta o barricato in camera sua. Oppure più timidi, come un giovane autore lèttone che ogni tanto si affaccia discretamente alla cucina per avere un piatto cucinato, e in cambio fornisce indicazioni dettagliate sulla Lettonia, il clima, il cibo, i trasporti e così via. Sembra che ci siano posti bellissimi da vedere, ma dovrei affittare una macchina e trovare adepti con cui condividere il viaggio e le spese. Intanto domani se il tempo regge andrò nell’isola di Saarema, a 4 ore di traghetto da qui, già nelle acque dell’Estonia.

Oggi per tutto il giorno hanno montato le strutture di un palco proprio nella piazzetta davanti alla Casa degli Scrittori, e stasera hanno iniziato le prove dell’opera Orfeo e Euridice di Gluk, che andrà in scena giovedì 31. Meraviglia infantile del teatro, soprattutto delle prove, di tutto ciò che è prima e intorno allo spettacolo! E ancora più meraviglioso quando questo accade proprio sotto le finestre, e si può volar giù in un attimo a fare le foto e poi dopo due minuti scaricarle sul computer ascoltando dal vivo la musica dell’opera che arriva dalla finestra!

Mercoledì 30

Alle 8.30 del mattino siamo già in alto mare, tra la Lettonia e l’Estonia, visto che l’isola di Saaremaa si trova in territorio estone. Le gigantesche strutture portuali di Ventspils sono già svanite alle nostre spalle e navighiamo bordeggiando la costa della Lettonia, in direzione di Capo Kolka – consulto le mappe che sono riuscita a trovare, cercando di assumere l’espressione  del lupo di mare…. Ho comprato sulla nave, dopo un doveroso cambio da euro in corone estoni (ora ho tre valute diverse in tasca, ogni volta che devo pagare un caffè diventa una cabala) un cappellino con visiera per il sole, con sopra la scritta “Captain”. Ma stamane mi sento ben poco capitanante, ho dormito poco e sono anche un po’ malinconica. Oh capitàno mio capitàno, sono cose che càpitano!

Mi assopisco per un po’ nelle poltrone interne del traghetto, e quando mi sveglio sono le dieci e siamo quasi in mare aperto. Si vede sparire l’estrema lingua di terra di Capo Kolka, là dove si incrociano i due mari, il golfo di Riga e il Baltico – poi non si vede più terra da nessuna parte dell’orizzonte.  Il viaggio dalla costa di Ventspils all’isola di Saaremaa dura quattro ore. Le istruzioni dagli altoparlanti del traghetto vengono date in due o tre lingue incomprensibili (sicuramente estone, lèttone, russo) e infine in inglese. Ma si tratta di un nastro registrato, nella realtà nessuno dell’equipaggio sa una parola d’inglese, e in caso di naufragio dovrei cercare di captare istruzioni in idiomi che non mi offrono nessun appiglio.

Arriviamo in una costa deserta, con una lingua di sabbia chiara e fitti boschetti alle spalle, sembra quasi un’isola tropicale. All’attracco, solo un capannone per il controllo dei passaporti. Nulla d’altro. Quasi tutti si sono imbarcati sul ferry con le macchine e una volta sbarcati partono alla scoperta dell’isola boscosa. Quelli appiedati, ovvero io e un gruppo di tre tedescoidi, si ritrovano in balia di un pulmino semovente definito pomposamente “bus”. I tedeschi mi ignorano durante il viaggio, tranne una ragazza che addirittura mi si rivolge in italiano, appena sentito il mio nome. E’ una svizzera di Berna, che ha imparato l’italiano dal suo primo amore, nato in Svizzera da famiglia italiana. Parliamo un po’ in italiano, mentre gli altri continuano imperterriti a conversare in tedesco e ai lati del pulmino sfilano boschi su boschi, assai fitti.  Capisco perché in un depliant si diceva che l’isola è considerata un paradiso per i cacciatori. Questi boschetti devono essere pieni di cinghiali e di altri poveri animali a cui vengono a sparare da tutta Europa, forse anche grazie ad una legislazione favorevole. Pochissime casette bianche o costruzioni in legno isolate nei punti in cui i boschetti – di piante sottili, forse betulle – si diradano.

Arrivati alla cittadina di Kursaama, il gruppo dei tedeschi se ne va a passeggiare nei dintorni in attesa del pulmino di ritorno. Io mi faccio venire un’idea strampalata,  faticosa, e anche rischiosa: rischio cioè di allontanarmi troppo, e di non riuscire a tornare in tempo per riprendere il pulmino che ci deve riportare al traghetto, unico e ultimo del pomeriggio. Sarebbe disdicevole restare in territorio estone, a cercare un albergo con pochi spiccioli in tasca, invece di tornare nella mia bella (e gratuita) cameretta-studio della Casa degli Scrittori, al di là del mare e del confine. Ma siccome la curiosità mi punge e le stradine della cittadina sono noiose e piene di turisti, decido di provare. Ho letto mentre ero sulla nave, in un catalogo di presentazione in inglese che mi avevano dato al porto di partenza, che al centro dell’isola di Saaremaa, nella località di Kaali, nel fondo di un bosco, c’è un piccolo laghetto formato dal cratere di un’antica meteorite piombata (con altre consorelle più piccole) sulla zona. Non ho mai visto un cratere di meteorite, e tanto meno frammenti di meteorite conservati nel museo costruito ad hoc a Kaali. Si tratta di fare una trentina di chilometri di una strada nel bosco, e altri trenta a tornare. Al centro di informazioni turistiche riesco a spiegarmi in inglese e a farmi chiamare una macchina privata, uso taxi. Il guidatore, piuttosto attempato, non parla nessuna lingua straniera, e veramente non so come sono riuscita a spiegargli che il prezzo concordato con l’ufficio turistico non l’avrei pagato tutto in soldi estoni, perché ne avevo cambiati solo pochi per mangiare, ma in parte in valuta dell’Estonia, parte in moneta della Lettonia e qualcosa in euro. Alla fine, di fronte ad un fascio di banconote (molta carta e poco valore, in tutto nemmeno 30 euro) di vario tipo e nazionalità che insistevo a mettergli tra le mani, l’uomo ha alzato le spalle e mi ha fatto cenno che si partiva. Ha pensato sicuramente che ero pazzoide, a fare tutto quel casino per vedere un buco nel terreno ricoperto di acqua piovana, ma è stato molto gentile per tutto il viaggio. Ha perfino pulito con il tergicristalli il vetro quando ha visto che facevo foto polverose alla strada.

Devo dire che sono orgogliosa della mia capacità di sbrigarmela da sola in ogni situazione e in ogni angolo di mondo, tranne forse che nella palude italica…. I nomi dei villaggi che passiamo sono affascinanti: Kaali, Kaarma…. Una sorta di oriente vocalitico trapiantato in un’isola baltica sforacchiata dalle meteoriti…

A proposito di oriente, una volta arrivata scopro che nel laghetto perfettamente sferico che ha ricoperto il cratere crescono dei bellissimi fuori di loto. Non mi stupisco di questa presenza esotica in queste latitudini, già ipnotizzata dalla dea Kalì di Kaali……

Il museo – Kaali Meteoriitika-ja Paekivimuuseum –   è pieno di reperti interessanti, in aggiunta alle meteoriti locali ci sono frammenti di rocce meteoritiche provenienti da tutto il mondo, faccio rotolare con dovizia queste meteoriti mentali nella mia testa curiosissima, fino a quando non mi rendo conto che è ora di tornare a recuperare il tassista dal bar dove l’ho lasciato (l’unico del luogo) e farmi riportare di corsa a Kursaama, se non voglio perdere il traghetto.

Non ho mangiato e sono in viaggio per mare e per terra dalla mattina alle 7, ma le meteoriti mi danno una forza incredibile, forse a causa di tutto il ferro che contengono divento una specie di Braccio di Ferro intergalattica: e nel quarto d’ora che mi resta prima di precipitarmi al pulmino di ritorno con gli altri turisti, riesco a correre a vedere uno strano castello esagonale al porto di Kursaama, al centro di un lago artificiale che funge da fossato, e perfino a fotografare dei grassi rondinotti che abitano una rientranza del muro di cinta del castello invece di un nido.

Eppure qualche scotto dovevo pagarlo per tanta felice tracotanza, ed ecco che nel viaggio di ritorno in traghetto, appena ripartiti da Saaremaa, vengo punta sul pollice, mentre cerco di scacciarlo, da un grosso insetto che rassomiglia ad un’ape ma di dimensioni enormi (giuro, non ho mangiato nessun fungo allucinogeno sul bordo del cratere meteoritico), che mi fa letteralmente piangere di dolore. Il personale del traghetto, spaventato, chiama un ufficiale di bordo, gentile e cavalleresco come da manuale, il quale mi fa preparare una rudimentale borsa del ghiaccio dal bar, mi spalma una pomata, mi accompagna in una cabina assai confortevole dove mi terranno in osservazione per sincerarsi che non mi venga uno shock anafilattico a causa del veleno dell’insetto. Faccio il resto del viaggio sdraiata come una crocerista tra i cuscini, con il pollice in fiamme appoggiato sul ghiaccio, sospesa tra pigrizia e malinconia. Riemergo dalla cabina alle 8 e mezza di sera, il sole lunghissimo dell’estate nordica è ancora sopra il filo dell’orizzonte, e riesco a stare ancora un po’ sul ponte, e a guardare le manovre di entrata nel lungo canale del porto di Ventspils. Nel giardino della Writers’ House gli ospiti prendono il fresco della sera, tutti mi chiedono della gita a Saaremaa, e sono sicura che se non fossi tornata stasera, perdendo il traghetto o per altre ragioni, si sarebbero preoccupati come una vera famiglia. La pietra rotolante per isole, crateri e cabine è tornata nella sua temporanea ma confortevole casa.

Giovedì 31 luglio

 “Orfeis un Eiridike”, il titolo è in lèttone ma per fortuna il libretto è in italiano (con traduzioni in lèttone che scorrono proiettate su pannelli ai lati della scena. Credo di essere l’unica a capire il testo in tutta questa folla (ma da dove sono usciti?) che si è radunata nella piazzetta di fronte alla Casa degli Scrittori per l’esecuzione dell’opera di Gluk. Mi dicono che il protagonista è il Controtenore più famoso del paese, e che è un grande onore averlo qui. Qui vuol dire non solo a Ventspils, ma proprio nella Writers’ House, dove i musicisti, i cantanti e i ballerini hanno fatto per vari giorni avanti e indietro durante le prove, e anche stasera li ho visti indossare i vestiti di scena nella nostra sala biblioteca trasformata in camerino. E’ bello vivere per un po’ dentro un teatro. Dopo lo spettacolo sono venuti tutti a bere nel nostro giardino, e il controtenore mi diceva dispiaciuto di conoscere in italiano solo le parole dei libretti d’opera.

.Venerdì 1° agosto

 Da quando ho cominciato a pensare alle meteoriti intergalattiche, mi arrivano varie news “spaziali”. Oggi leggo su Internet. la Nasa conferma c’è acqua su Marte. Sempre su Internet trovo l’annuncio di un’eclissi di sole, che si dovrebbe vedere bene proprio qui, nel nord Europa: il punto più forte dell’eclissi sarà tra la Groenlandia e la Siberia. Alle 12, l’ora prevista, sbircio il cielo attenta a non bruciarmi gli occhi, ma mi sembra di non vedere ombre sul sole.

Dopo una mattinata sonnolenta, da giorno dopo la festa, alle cinque ricomincia a filtrare la musica delle prove dalla finestra del mio studio. Oggi mi sembra che sia un gruppo di jazz a suonare, sento pianoforte e sassofono, ogni tanto la batteria, tra un po’ scendo a vedere.

Sabato 2 agosto

 Oggi tocca ai poeti! Anche gli ospiti della Writers’ House sono coinvolti nel Festival estivo di musica, teatro e varie che viene allestito a Ventispils ogni anno. Ci portano, in “divisa d’ordinanza” (una maglietta con il logo della Writers’ House) ad una buffa parata, dove sfiliamo con tanto di stendardo tra due ali di folla, insieme a tutte le “notabili” istituzioni cittadine (biblioteca, banca, ospedale, scuole), mentre da un altoparlante dicono (e per me traduce la direttrice della Casa) che la Casa degli Scrittori ospita ogni anno autori da tutto il mondo, e qui ne è presente un drappello. Mi diverto molto a sfilare nel ruolo e nel vestito di Autore Residente!

Poi il pomeriggio, nella solita piazzetta che ormai sento come un prolungamento di casa, c’è una piccola Fiera del Libro, con vari stand all’aperto e un palco, sul quale ci alterniamo con dei musicisti a leggere i nostri testi. Il più interessante mi sembra un poeta russo ospite della Casa, che mi cattura subito per il ritmo appassionato della sua lettura. Gli chiedo poi dei testi tradotti, e in effetti confermo l’impressione positiva.

Questo è il testo che ho scritto per il Festival, e che poi è stato dopo un paio di anni perfino tradotto in lettone ed incluso in un’antologia curata dalla stessa Writers’ House di Ventspils, contenente testi dei vari autori che lì sono stati residenti.

Tra due rive del Baltico

 Tra due rive del Baltico dispersa

mediterranea navigo a vista,

tra Visby e Ventspils, terre gemelle

spartite da chissà quale remoto cataclisma

in due archi simmetrici

nel Baltico blu cobalto.

 

Io Odissea senza Itache, alla quête o questua

d’una patria anche semifredda

con pensieri incastonati in ambra impura,

fossile tra geologici coralli fuori latitudine,

meteorite caduta a Kaali da galassie ignote,

io da lingue gutturali distratta al dolce favellare:

 

ma ormai cagna di mafiosi e occhiuti servi

la patria mia diventa e resta, e non vedo

oltre le mura e gli archi caro Leo

manco un’unghia di gloria o storia degna; 

e nemmeno una vigna

per ritirarsi alla Lucius Quinctius Cincinnatus

mi par che resti ormai –

dunque di forzose odissee è la mia stirpe

di infiniti check-in ed alti lài.           

 Domenica 3 agosto. Ieri s’è tenuto qui in Lettonia un referendum, se ho ben capito per far passare con plebiscito popolare una legge che consente di revocare il mandato dei parlamentari in caso di comportamento fraudolento o anche soltanto inadempiente. Non si è raggiunto il quorum, anche perché in una domenica di agosto molte sono le persone in vacanza o all’estero.

Nel pomeriggio con Dagnjia all’ultimo evento del piccolo Festival cittadino: il concerto di un quartetto per tre archi e pianoforte, tutti musicisti lèttoni di ottimo livello, che suonano in varie orchestre sia nazionali che all’estero. In programma musiche di Strauss e Brahms. Mi colpisce la sensualità con cui suona il violoncellista, soprattutto nell’esecuzione della Arabischer Tanz di Strass, ritmo trascinante e rapido. Immagino una donna al posto di quel violoncello, e del resto la forma aiuta l’immaginazione….già Man Ray aveva  utilizzando per creare un violoncello dadaista la foto della modella e sua amante Kiki de Montparnasse a cui aveva sovrapposto i segni ad effe del violoncello…. Ora guardo questo violoncellista nordico, con spalle larghe ma viso delicato e gentile, che solletica con l’archetto lo strumento, pizzica le corde e carezza i fianchi arcuati e lisci durante le pause… suona spesso a occhi chiusi, con foga…. Un vichingo delicato, che a quanto leggo nel programma suona nell’Orchestra Filarmonica di Tampere. Gran finale con Rondò alla zingarese di Brahms, tutto saltellato….

Martedì 5 agosto

Arriva la notizia della morte di Solzenitzin, ma qui non lo ama nessuno, perché “era un fottuto nostalgico degli zar”. Amen.

Mercoledì 6 agosto

Sono stata in gita in pullman a Kuldiga in compagnia di un poeta della Bielorussia, Andrei Khadanovich. Per una volta  posso rilassarmi mentre lui chiede informazioni in russo sugli itinerari, gli orari, i trasporti, e poi me li traduce in inglese. Siamo stati a zonzo per il centro storico, tra vecchie librerie con insegne a mano ora diventate sale di Bingo e case antiche lasciate marcire – la solita immagine di una modernizzazione rapida e superficiale – e poi a piedi fino alle cascate sul fiume, che sono l’attrazione del luogo, sembra che siano le cascate più larghe (come fronte d’acqua) in Europa, anche se sono piuttosto scarse in altezza, un paio di metri. Andrei mi dice di aver tradotto in Bielorusso, passando attraverso una versione inglese, il testo di  Va pensiero di Verdi, che una radio ha trasmesso come inno alla libertà. Passiamo in resto della giornata a cantare, camminando tra i vicoli della Kuldiga medioevale, Va pensiero in varie lingue e versioni, sotto gli occhi perplessi dei rari passanti.

Venerdì 8

Ci sono problemi in Georgia e Ossezia, arrivano le notizie da Internet e dalla televisione lèttone (non si prendono canali stranieri a parte qualche canale russo). Oggi arriva Kristina. in pulman da Varsavia. Anche lei conosciuta in Slovacchia. Continuano gli arrivi dalla regione, nessuno dal Mediterraneo….. sono proprio l’unica “dispersa mediterranea”….?

 

Sabato 9

Continua la guerra tra Georgia e Russia per l’Ossezia del Sud. Qui se ne discute poco collettivamente, forse perché ci sono sensibilità diverse. Su un punto sono tutti d’accordo: il presidente della Georgia è un cretino, e quelli più furbi di lui (la Russia ovviamente, ma anche l’Occidente) ne approfittano per seguire i propri disegni geopolitici sulla regione.

Domenica 10 agosto

Oggi il presidente della Polonia e i presidenti delle tre Repubbliche baltiche ex sovietiche di Estonia, Lettonia e Lituania hanno lanciato un appello alla Ue e alla Nato perché intervengano contro “la politica imperialista” della Russia contro lo stato “sovrano e indipendente” della Georgia. I presidenti Toomas Hendrik Ilves (Estonia), Valdis Zatlers (Lettonia), Valdas Adamkus (Lituania) e Lech Kaczynski (Polonia) in una nota congiunta si dichiarano “estremamente preoccupati” per “le azioni della Federazione russa contro la Georgia”

Lunedì 11 agosto

Farewell Spaghetti, gli spaghetti dell’addio. Come è consuetudine nelle Case degli Scrittori, chi parte offre un pranzo o una cena a tutti, cucinando possibilmente un piatto tipico del paese. Vai con gli spaghetti! conditi con un ragù di carne fatto cuocere a fuoco così lento, che nemmeno in Sabato Domenica e Lunedì di Eduardo…..il tutto condito con vino italiano. La direttrice mette in mio onore, nella grande soleggiata cucina, un CD di opera italiana cantata da Placido Domingo, e tutti ci esibiamo, dopo vari bicchieri di vino, in assoli strazianti (strazianti soprattutto per chi ascolta…).

Martedì 12

 

Di nuovo in viaggio da Ventspils a Riga. In città ho giusto il tempo per una passeggiata rapida nel centro medioevale, e per fotografare ancora una volta il viso di pietra scolpita nel giardino accanto alla Casa dei Gatti.

Mercoledì 13 agosto.

Partenza sotto una pioggia battente. O sole mio, sto arrivando! L’ultima immagine prima dell’imbarco, all’aeroporto, è quella della conferenza stampa del ministro degli esteri russo, trasmessa dalla CNN. Nella confusione del terminal, tra gli annunci dell’altoparlante e gli schiamazzi dei passeggeri in partenza (molti italiani, of course) non si capisce molto. Lavrov ripete la condanna della Georgia per genocidio, e promette ( o minaccia) che i russi resteranno nella regione come peacekeepers. I lupi diventati agnelli? Il gioco delle parti, più probabilmente: oggi tocca a te fare il lupo, ieri è toccato a me (con la Cecenia, ad esempio) e domani chissà. Sul giornale di bordo leggo un lungo articolo su una mostra di “arte dei tempi sovietici”, arte del realismo socialista, all’Arsenal exibition hall di Riga. The mithology of Soviet Land, è titolato l’articolo. Dice che molti andranno per nostalgia, molti per curiosità (io sarei stata uno di questi, se l’avessi saputo prima, e se avessi avuto più tempo nel passaggio a Riga), e molti andranno per deprecare. Alcuni non andranno affatto, tutti presi dalla rincorsa verso la modernità consumista. Il tempo, poi, come si sa, cancellerà ogni cosa per presentare nuove sfide e nuovi problemi.