L’ho sempre detto che tutti i luoghi sono uguali, che uno vale l’altro, mentre la differenza la facciamo soltanto noi, le persone che li abitiamo e rivestiamo di significato con la nostra presenza; ma la mattina in cui sono arrivata a Wernetshausen, qualche giorno fa, un paesino minuscolo dove si trova Looren, la Casa delle traduzioni svizzera, mi sono dovuta ricredere fin dal primo istante: l’aria qui è magica di suo, penetra in profondità e guarisce ogni sorta di male. Così, ho deciso di abbandonarmi a essa, fino a diventare quasi interamente un enorme polmone che ricopre anche i talloni, anche la schiena. Un polmone che cammina e cerca di fare del suo meglio: rivendicando consapevolmente gli aspetti duali di sé. Quelli che aumentano la capacità di vedersi davvero, di mettere in discussione, senza paura, le proprie idee e convinzioni, che soltanto accuratamente revisionate ogni giorno possono servire a qualcosa. Questo posto può contribuire a tutto questo, lo so per certo, può aiutarmi in una mia cernita interiore, indispensabile per essere entrambe le cose, la persona che sono sempre stata e quella che sarò domani.

La favola, poi, presto ha iniziato a completarsi. Il secondo giorno si è presentata la neve. In poche ore il bianco è riuscito a cacciare via ogni pensiero, svuotando completamente la testa che ora era pronta per contenuti nuovi. E comunque le parole i primi tre giorni non scorrevano affatto, la volontà di sedermi di fronte al testo per lavorare non era servita quasi a nulla. La perfezione e il silenzio che mi circondavano mettevano quasi al disagio, come se fossi un animale capitato qui per sbaglio, che stava per calpestare l’ordine di un luogo sacro. Fin troppa confusione ci portiamo dietro, dalle nostre città e dalle nostre vite private, troppi ricordi, pensieri, desideri, per saper stare in pace con se stessi in una quiete così assoluta. E la traduzione non perdona alcun dettaglio, la logica di una lingua non è quella di un’altra. Procedevo lenta, facilmente mi distraevo. Con nulla in particolare, con un’incredibile agitazione tutta mia che doveva essere smaltita. Una virgola può cambiare tutto. Può operare un miracolo. La voce di un amico, nel momento giusto, mi ha rasserenata; per una frase di cui non ero sicura se funzionasse in italiano, mi ha scritto: “è comprensibilissima e anche molto bella”. Da lì sono partita, ho ritrovato in breve il ritmo cercato, il gusto di quello che sto facendo, il senso interno delle cose. La bellezza c’è, esiste, possiamo trovarla e portarla in superficie, farla vedere anche agli altri; ma poi si dissolve, è inevitabile, certe volte anche troppo velocemente. Se non lasciamo alcuna traccia di quello che abbiamo provato può darsi che un domani non potremo credere nemmeno a nostri stessi sensi. Almeno sulla carta un graffio bisogna farlo. Un aggettivo, un sostantivo, un verbo magari, in una qualsiasi delle lingue.

Il soggiorno qui, che mi si prospetta davanti, è ancora abbastanza lungo. A ogni minuto che passa mi mancano i miei figli; è la prima volta che starò lontana da loro quasi un mese. E allo stesso tempo sono incredibilmente felice di questa straordinaria possibilità di studio e di crescita che mi è stata offerta. Perché tradurre bene significa migliaia di cose diverse, in parte intrecciate tra di loro, ma talvolta anche persino opposte fino ad annullarsi a vicenda: essere felici e essere tristi, convivere con qualsiasi stato d’animo, superare il senso di inadeguatezza, non perdere mai di vista i valori fondamentali a cui uno tiene – la famiglia sempre e comunque al primo posto, essere pronti a partire, a perdersi e a ritrovarsi tutte le volte che serve, conoscere altre persone strada facendo, imparare da loro, mantenere l’umiltà e la semplicità nei piccoli gesti quotidiani, arrangiarsi con poco, sentirsi comunque i più ricchi del mondo, scoprire come calmare il battito cardiaco del proprio cuore quando si agita per quelle parole che si sono incastrate bene in un’immagine costruita a molteplici strati, non lasciarlo morire nemmeno nei giorni in cui, come un moribondo, non è quasi capace ad alzarsi dal letto. Sono più di vent’anni che non adopero il tedesco, un tempo la mia prima lingua straniera, tanto amata e parlata quasi alla perfezione della quale adesso, di certo, non posso vantarmi. Mi sforzo a esprimermi lo stesso, balbetto, consulto i vocabolari, provo gioia a pronunciare con altri ospiti della casa, o con i negozianti del paese, piccole, banalissime frasi. Ogni mercoledì sera si fa una cena comune, un’occasione per conoscersi meglio, per scambiarsi i punti di vista e le esperienze, sentire il calore umano di altri esseri diversi, eppure simili sotto svariati aspetti. In ogni traduttore mi rivedo e mi riconosco, saluto il mio riflesso che così frantumato in altre esistenze si moltiplica all’infinito. «I grandi numeri sono una cosa molto strana, e la concezione dell’infinito lo è ancora di più», scrive Veselin Marković, il cui romanzo Noi diversi sto traducendo attualmente, «Ciò che è quasi improbabile difficilmente comparirà in un piccolo numero di tentativi, mentre in un gran numero di tentativi anche le sue probabilità di apparizione aumentano, per diventare persino inevitabili in un infinito numero di prove».

Infine, anche se non meno importante, bisogna dire che tutto qui è funzionante e bello, bello davvero. Di quel genere di bellezza che lascia sempre stupiti noi che veniamo dai posti dove siamo abituati a dover lottare con il presente, dove i pullman non arrivano mai, e quando ci sono, sono troppo pieni. La puntualità svizzera non è soltanto una metafora. La vita qui è facile, organizzata, pensata così da non sprecare il tempo, sfruttato invece per il lavoro e lo studio, per il divertimento. Übersetzerhaus Looren è una struttura bellissima, funzionante in tutti i sensi, fino al più impensabile dettaglio. A chi non è mai stato qui consiglio di farlo presto, mentre ai traduttori che già hanno soggiornato auguro un imminente ritorno. E ovviamente, a tutti, indifferentemente da dove si trovano: buon anno nuovo e tanto tantissimo lavoro!!! Che i soldi vi possano uscire dalle tasche e i libri che traducete rendere felici le persone!

Anita  Vuco – -novembre 2017

Si ringrazia Barbara Delfino per la gentile revisione del testo.