Nel Baltic Centre for Writers and Translators di Visby ho fatto la mia prima esperienza come “resident writer”, dal 14 luglio al 16 agosto 2006, e ovviamente per me è un luogo magico, una occasione di scoprire il mondo per me sconosciuto delle Writers Houses.

Anche il luogo dove si trova la struttura è incantato: una grande costruzione, ricavata da una ex scuola, che si affaccia sul villaggio medioevale di Visby, nell’isola di Gotland, circondata dal mar Baltico.

Ho scritto un lungo reportage di questa esperienza, che riporto qui di seguito, ma prima volevo dare ai lettori qualche informazione pratica. La struttura, inaugurata nel 1993, ha undici camere/studi, riservate a scrittori e traduttori, più alcuni spazi comuni, come la cucina, una fornita biblioteca multilingue e un salotto con pianoforte. E’aperta tutto l’anno, nonostante qui l’inverno sia molto freddo. Almeno così immagino, perché io ho pensato bene di andarci ad agosto, riuscendo perfino a fare qualche bagno nelle gelide acque baltiche. Sono accolti in residenza, in base ad una selezione fatta da un comitato scientifico, autori di tutte le lingue e nazionalità – ci sono stati scrittori anche dalla Cina – ma la preferenza è data ad autori provenienti dalla regione baltica e dai paesi scandinavi.

Ed ecco cosa ha ispirato questa residenza ad una meravigliata scrittrice italiana, per la prima volta in “residenza creativa” , cullata per un lungo mese dalle onde di un nordico mare.

Omero, il Baltico, la poesia: Reportage dall’isola di Gotland, “geo-poetic phenomenon”

Omero e il Baltico? Mai accostamento parrebbe più azzardato, anzi assurdo. Eppure uno storico italiano eterodosso, Felice Vinci, ha stilato un volumone intitolato appunto Omero nel Baltico (Palombi Editori, 1995), fitto di riferimenti filologici per giustificare e illustrare l’ipotesi che le epiche omeriche siano in realtà il resoconto tardivo di antiche saghe nordiche, portate nel Mediterraneo dalle popolazioni che, in seguito ai grandi cambiamenti climatici dell’età del bronzo, fuggivano verso sud in cerca di terre dove istallarsi. L’autore scandaglia a fondo i testi omerici, confrontandoli con le caratteristiche morfologiche del territorio baltico e l’etimologia delle lingue nordiche, alla ricerca di consonanze e corrispondenze. Naturalmente non sta a noi giudicare la validità storica di queste tesi: Omero nel Baltico è comunque un testo gradevole e colto, visionario proprio nella sua caparbietà minuziosa di riscontro nella storia, nella geografia, nei miti della regione. Per puro e felicissimo caso, questo libro è stato il viatico del mio viaggio a Gotland, la maggiore delle isole del Baltico, facente parte del territorio svedese e sede del Baltic Centre for Writers and Translators. Avevo ricevuto da poco dal Baltic Centre una lettera di accettazione per una “residenza di scrittura” di un mese, in risposta ad una richiesta inviata quasi come un messaggio in bottiglia verso il brumoso nord. Un po’ ero spaventata dal concretizzarsi del progetto, dal momento che a malapena sapevo ritrovare il mar Baltico sulla carta geografica. Il giorno in cui ho reperito il volume Omero nel Baltico, che spuntava tra altri libri eterogenei sul banco di un bouquiniste sotto gli archi di Piazza del Popolo, mi è sembrato un segno favorevole e un buon viatico.

Arrivata a Gotland, e per a precisione a Visby, cittadina fortificata medioevale che di Gotland è il centro principale, ho trovato ben più del previsto: una natura varia e straordinaria, con memorie geologiche addirittura incredibili (fossili di corallo, testimonianza di ère nelle quali il clima di Gotland era quasi tropicale, prima che la deriva dei continenti facesse scivolare questa terra verso il nord), panorami diversificati che vanno da rive di rocce quasi lunari a fitte foreste abitate da cavalli allo stato brado: e soprattutto, per quello che ci interessa qui, una “missione poetica” di collegamento tra le diverse lingue e culture dell’area e non solo, missione che è all’origine della creazione del Baltic Centre for Writers and Translators, inaugurato nel 1993 è a Visby. Ora Gotland è un “geo-poetic phenomenon”, un fenomeno geo-poetico, come viene detto con felice espressione in un libretto edito (in inglese) dal Baltic Centre nel 2003, in occasione del decennale della creazione della struttura.

Tutto era nato, nel 1992, da una crociera di circa 300 scrittori lungo le rive del Baltico, per promuovere il dialogo e il contatto tra le culture, e ripristinare legami che la guerra fredda aveva spezzato. Anzi in realtà, come racconta nel libro del decennale Peter Curman, l’allora presidente dello Swedish Writers’ Union, il progetto era stato già concepito nella metà degli anni ’80, constatando le difficoltà di relazioni libere ed efficaci tra est e ovest dell’Europa. Dopo la caduta del Muro di Berlino e le rapide trasformazioni successive, si era arrivati a realizzare la crociera del 1992, dove appunto un folto gruppo di scrittori, salpati da Leningrado/San Pietroburgo a bordo della nave russa “Konstantin Simonov”, avevano toccato i porti di Tallinn, Gdansk, Lubeck, Copenhagen, Visby, Stoccolma e Helsinki, per poi tornare al punto di partenza. Durante le due settimane di navigazione, i contatti e i progetti tra i paesi, le culture e le lingue della regione avevano cominciato a fluire. A quel punto bisognava soltanto trovare una “piattaforma” permanente, non solo in senso simbolico, ma anche come luogo fisico atto ad ospitare gli sviluppi successivi dell’idea. E fu così che l’isola di Gotland è diventata una piattaforma ideale e materiale ancorata nel mezzo del Baltico, alla quale sono approdati finora, dal 1993, quasi 3.000 scrittori, per residenze di scrittura, festival, seminari, sessioni di studi e traduzione, e così via.

Certo ora lo scenario geopolitico dell’area è cambiato, gli aerei NATO da ricognizione appostati sulla riva est dell’isola, proprio di fronte all’Unione Sovietica, sono solo un ricordo che ha lasciato dietro di sé una natura incontaminata e selvaggia (i divieti di accesso militari hanno in questo caso svolto una funzione involontariamente ecologista): tuttavia la “missione” del Baltic Centre for Writers and Translators di Visby, ovvero il porsi come luogo e occasione di dialogo, scambio, progettualità e riposo degli scrittori di ogni parte del continente europeo, è rimasta, anzi si è rinsaldata in obiettivi più ampi, in orizzonti letterari che dal Baltico si estendono al mondo intero. Qui capitano non soltanto – come ci si aspetterebbe – scrittori svedesi, norvegesi, estoni, lettoni, russi, finlandesi, islandesi, ma anche canadesi, greci, francesi, perfino italiani.

Lentamente, da “porto franco” di concitati scambi di progetti e idee tra scrittori dell’est e dell’ovest d’Europa, il luogo si è trasformato in un “buen ritiro” per autori in cerca di concentrazione e di respiro. Certo i progetti, gli incontri l’annuale festival di poesia sono ancora lì, così come è sempre attiva l’attività dei seminari: uno dei più recenti, almeno a quanto ho potuto riscontrare nella grande biblioteca del Baltic Centre, è stato un seminario internazionale di studi e traduzione dedicato nel 2002 al maggior poeta svedese vivente, Tomas Tranströmer: l’autore ha discusso per giorni con i suoi traduttori – quasi tutti poeti/traduttori, in realtà – venuti da ogni parte del mondo (perfino dal Giappone), ed è stata elaborata una grande quantità di materiale, raccolto poi in un volume multilingue; sono ancora tipici del Baltic Centre gli scambi di idee, a volte feroci – soprattutto a tarda sera, dopo che qualche bicchiere di vodka o vino ha reso digeribile la babele delle lingue: e con finali di serata che stemperano gli animi e le posizioni in canti di canzoni russe, italiane o francesi ben note a tutti, con accompagnamento di chitarra e pianoforte, se qualcuno degli ospiti si vuole cimentare.

Ma c’è spazio anche per le ore di ritiro quasi monacale, protetti dalle solide mura medioevali della cittadella, accessibile dall’esterno solo da stretti ponti pedonali che introducono ad ognuna delle porte: sono le ore in cui ogni ospite si immerge nella scrittura, nella lettura, gustando “una stanza tutta per sé”, come direbbe Virginia Woolf, in cui niente e nessuno può raggiungerlo o distoglierlo dal flusso dei pensieri o dalla riposante assenza di ogni pensiero. Per un tacito patto tra gli ospiti, nel palazzetto distaccato che ospita le camere da letto si spegne ogni socialità, si diventa ombre che scivolano nei corridoi, protetti dall’austerità della costruzione, che nell’800 ospitava una “scuola per i poveri” tipica di queste latitudini, dove l’opulenza si accompagna sempre ad una consapevolezza sociale di stampo calvinista.

E c’è ancora, sull’isola di Gotland, il tempo e la possibilità per molto d’altro: per una ricognizione negli scaffali della Biblioteca pubblica di Visby, l’Almedalsbibliotek, un capolavoro di bioarchitettura e grandi vetrate a bordo mare, in cui purtroppo però la letteratura italiana, da Dante ai giorni nostri, si riduce a solo una trentina di libri; per le esplorazioni in bicicletta, per le gite nei luoghi “mitici”, come l’isolotto di Fåro, distante da Gotland solo un braccio di mare, uno scoglio quasi selvaggio reso noto dal regista Ingmar Bergman, che qui ha eletto la sua residenza, e da Andrei Tarkowskji, che qui ha girato il film “Sacrifice”, in un set naturale di alberi ritorti dal vento, rive di rocce fossili e un faro sorgente dal nulla. Oppure per farsi pigramente trasportare da lente corriere su e giù per i paesini dell’interno dell’isola, e quasi all’improvviso trovarsi di fronte un cartello stradale che indica “Roma – 3 km”: dapprima si crede ad uno scherzo del caldo e della stanchezza, poi invece effettivamente dopo una stradina laterale di pochi chilometri si arriva ad un borgo medioevale costruito intorno ad un monastero, ora completamente in rovina ma dove durante l’estate si tengono spettacoli di teatro all’aperto. Ho chiesto a tutti la ragione di questo nome, perché Roma? Ma sembra che la Roma caput mundi non c’entri per nulla, e che l’origine del nome sia nel termine “romme”, luogo (di raccoglimento, in questo caso), che poi ha assonanza con l’inglese “room”.

Cose che succedono solo a Gotland: incontrare la Grecia omerica e Roma, sia pure in modi fantasmatici e traversi. Gli scrittori invece si incontrano veramente, sfogliando le loro opere nella biblioteca (per noi inesperti in lingue nordiche ci sono molte traduzioni in inglese e francese) oppure, se si è fortunati, si incontrano di persona nella stanzetta dei computer dove tutti si affollano a controllare la posta elettronica, o nella biblioteca, o nella grande cucina comune. In un mese di soggiorno, gli incontri sono stati molti, tra i molti ricordo soprattutto quello con Liudmila Petrushevskaya: nata nel 1938 ma con uno spirito di ragazzina impertinente che si sfila i grandi cappelli fatali e si getta a nuotare a grandi bracciate nelle gelide acque del Baltico., Ludmilla Petrushevskaya è considerata uno dei più importanti drammaturghi russi contemporanei, e ben nota e tradotta in tutto il mondo, anzi per un lungo periodo le sue opere uscivano prima all’estero e poi, dopo lunghi vagli della censura, in patria. Insieme a Ludmilla voglio almeno ricordare Toomas Raudam dell’Estonia, anche lui drammaturgo nonché sceneggiatore per cinema e televisione, venuto al Baltic Centre con la deliziosa moglie Kersti, e gli scrittori islandesi David Stefansson e Thórunn Erlu Valdimarsdóttir, vere tempre di vichinghi, forti e rocciosi come il paesaggio della loro Islanda, che ci descrivevano come uno sconfinato altipiano senza nemmeno un albero a lunghezza d’orizzonte. E molti altri scrittori, poeti, saggisti, tenuti insieme con discreta oculatezza dalla direttrice, Lena Pasternak, capace di ascoltare ogni bisogno, ogni progetto e persino ogni idiosincrasia dei suoi ospiti, facendo sentire tutti preziosi e ben accolti. Anche una italiana un po’ dispersa tra accenti finlandesi e russi, e volenterosa di organizzare un Pizza Party per affratellarsi.

Per finire in musica, due brevi consigli:

Uno è di ascoltare la canzone “Pesce veloce del Baltico” di Paolo Conte, nell’album “900”.

«”Pesce veloce del Baltico”/ dice il menu, che contorno ha? “Torta di mais” e poi servono polenta e baccalà…/cucina povera e umile/fatta di ingenuità/caduta nel gorgo perfido/ della celebrità»

Il secondo, se avete voglia, è di guardare questo mio reportage anche online, sula webreview LE RETI DI DEDALUS, perché è corredato da un servizio fotografico che rende bene la fiabesca magia nordica.

INTERVISTA A LENA PASTERNAK, direttrice del Baltic Centre for Writers and Translators.

D: Salve, Lena! Sono passati quasi dieci dal meraviglioso periodo che ho passato come “scrittrice in residenza” al Baltic Centre for Writers and Translators di Visby, nell’agosto del 2006. In questo lasso di tempo ci sono stati cambiamenti sostanziali nel BCWT, nelle sue finalità e priorità? Ho letto ad esempio sul vostro sito recentemente che “la priorità per le residenze è data a professionisti della letteratura provenienti da paesi dell’area Baltica e dalla Scandinavia”. Anche nella pagina Facebook del BCWT ho notato un recente seminario intitolato “In search of Baltic identity. Reading Polish and Swedish poetry. [Alla ricerca dell’identità baltica. Letture di poesia polacca e svedese]”. Questi elementi indicano che vi state focalizzando sempre più sull’identità macro-regionale? Ricordo che già nell’estate del 2006 ero l’unica scrittrice “mediterranea” presente a Visby, ma forse c’era una maggiore varietà dei paesi di provenienza. Questo concentrarsi sulle identità macro-regionali può derivare forse da una certa carenza nella costruzione dell’”identità europea”?

R: Cara Tiziana, tale priorità era presente fin dall’inizio, fin dalla creazione del Centro. L’idea fondamentale del Centro, che è poi anche dove si radica la sua forza, era l’idea nata dagli stessi scrittori e traduttori. Sono stati gli stessi “professionisti della scrittura” ad avere la visione di un posto nel quale potessero lavorare fianco a fianco e incontrarsi, non un politico, né uno sponsor, né un mecenate o un governo. Il luogo è nato in modo naturale, per così dire. E intorno alla comunità internazionale degli scrittori e dei traduttori c’è un territorio che compone questa parte di mondo, i paesi intorno al mar Baltico e l’intera Scandinavia. Era così, all’inizio. E ancora oggi il lavoro più sistematico – come i contatti a livello organizzativo – è ancora con le organizzazioni di questo territorio, che poi in realtà è un territorio molto vasto: negli anni 90 il Mar Baltico è diventato di nuovo un mare aperto, che non divideva ma metteva in contatto, e gli scrittori volevano esplorare a fondo tale apertura. Questo era l’elemento essenziale, anche se il Centro è sempre stato molto aperto verso l’Europa e il mondo intero, e sin dall’inizio molto attivo nella cooperazione europea in tutte le direzioni, sia nell’ospitare gli scrittori e traduttori sia nel partecipare al progetto. Ma in questa cooperazione, tale conoscenza più profonda della regione è fondamento e nutrimento. Abbiamo ripensato e discusso molte volte l’impostazione dell’orientamento – il Mar Baltico e il Nord – e considerato l’idea di modificarlo, ma siamo sempre arrivati alla conclusione che è tale orientamento che ci da forza e identità, ed è totalmente fondato sulla natura dell’arte in cui siamo coinvolti, la letteratura. La scrittura. Ci sono tanti linguaggi e letterature nel mondo, e noi operando come Centro Letterario possiamo incrementare la conoscenza di tutti i linguaggi e di tutte le letterature, ma possiamo essere competenti e ottimi solo sulle “nostre”, e in tal modo diventiamo anche interessanti per il resto del mondo. Tale competenza non ci impedisce naturalmente di essere aperti.

Dunque, non abbiamo bisogno di approfondire l’identità regionale, quello che stiamo facendo è molto diverso. Ci stiamo concentrando sul mantenere una professionalità molto alta. Nell’ultimo anno abbiamo ospitato ad esempio un workshop di scrittura creativa per scrittrici africane, incontrato una rete di centri residenziali in Europa (occidentale, soprattutto), realizzato una cooperazione con l’Ambasciata Polacca, etc. Abbiamo realizzato progetti grandi e piccoli, in tutte le direzioni, e quasi sempre in cooperazione con altre organizzazioni. Ad esempio il workshop africano è stato realizzato in collaborazione con una rivista letteraria svedese e con organizzazioni di scrittrici in Uganda, e poi l’ambasciata polacca etc…

D: Il legame originario con la Grecia, nato con la famosa crociera degli scrittori tra Baltico e Mediterraneo, funziona ancora? Avete riscontrato effetti della crisi greca sulle Writers Houses e progetti di residenze creative in quel paese?

R: Ti riferisci al Centro di Rodi? O alla nostra cooperazione con Atene, il National Book Centre e la School of Translation, attualmente non attiva? Il Centro di Rodi ancora esiste e funziona, lo seguo attraverso i racconti dei nostri scrittori che sono stati lì, e che sono affascinati dal posto, dall’atmosfera, anche se trovano lo spirito del Centro un poco stravagante. In questo periodo poi, le Residenze e i programmi che le riguardano non sono al centro dell’attenzione del Centro, anche se gli scrittori continuano ad andare. Il Centro è impegnato ad aiutare la città, forse per i bambini. Ma abbiamo anche informazioni dirette sulla situazione e sugli umori in Grecia dagli stessi scrittori greci che vengono al BCWT, e ciò che si fa va al di là delle organizzazioni.

D: Avete programmi di traduzione degli autori invitati in residenza nel BCWT? Credo che la traduzione in Svedese – tenendo conto anche che la Svezia è il paese del Nobel – potrebbe essere il risultato più duraturo della Residenza. Ricordo personalmente un’esperienza molto interessante, alla residenza per scrittori H.A.L.D, in Danimarca. Ho lavorato per molti giorni con un docente universitario danese di lingua e letteratura italiana, per tradurre insieme un mio lungo poemetto, ora pubblicato in un libro multilingue. Anche in Lettonia, alla Ventspils House, hanno tradotto un mio testo per un’antologia contenente testi di scrittori che sono stati in residenza a Ventspils lungo gli anni.

R: Ogni tanto al BCWT traduciamo autori in Svedese, spesso autori che prima non erano mai stati tradotti, così la nostra traduzione diventa anche una presentazione dell’autore presso il pubblico dei lettori svedesi, presentazione che poi viene pubblicata in una rivista o riproposta in un evento letterario. L’anno scorso, ad esempio, avevamo due scrittori dalla Serbia, un prosatore e un poeta, e abbiamo deciso di tradurli entrambi. Abbiamo organizzato delle letture pubbliche, e pubblicato le traduzioni in una rivista. A volte ospitiamo sia uno scrittore che il suo traduttore, perché possano lavorare insieme. Tuttavia devo dire che la lingua Svedese non è il nostro maggiore interesse, per noi è solo una lingua tra le tante. Quindi possiamo sostenere altre combinazioni linguistiche per la traduzione, ad esempio Estone-Tedesco, o Bielorusso-Francese, o Italiano-Norvegese…

D: Cosa potresti suggerire a chi voglia aprire oggi una Casa per Scrittori?

R: Ascoltare gli scrittori e i loro bisogni, rimanere fedeli a questo..

 [Traduzione di T.C.]

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