Caranzano, frazione di Cassine, in provincia di Alessandria. Borgo fantasma, come ce ne sono tanti nelle nostre campagne e montagne, svuotati dall’emigrazione e dall’urbanizzazione degli anni 60. Sono rimaste pochissime case abitate, anche se ho visitato i luoghi in pieno agosto, immagino che la situazione sia ancora più silenziosa in inverno. In compenso le campane della chiesa sono molto vivaci, ed anzi sonorissime, sembrano che vogliano coprire il silenzio del luogo con il loro suono ogni ora e poi più leggermente “al tocco”, ogni mezz’ora.

Le voci e le storie del borgo emergono da un libricino di un anziano del paese, Beppe Olivieri, intitolato “Caranzano. Memorie di paese” del 2007. Si narra che, dopo una lunga storia di borgo quasi esclusivamente composto da terreni agricoli, nel passaggio tra ‘800 e ‘900 Caranzano era divenuto quasi un paese vero e proprio, con tanto di chiesa (l’unico edificio pubblico ora rimasto), scuola elementare e stazione ferroviaria, aperta nel 1909. Si viveva di agricoltura, di vendita del vino, di allevamento. Il libricino racconta gustosi aneddoti di storia locali, come episodi che sembrano ispirati alla serie “Peppone e Don Camillo”, con un circolo socialista/comunista sempre in lite con il prete e i parrocchiani, una bandiera rossa che compariva in piazza ad ogni primo maggio suscitando reazioni e scomuniche, ed episodi “scandalosi” di convivenze senza matrimonio. Poi, dalla metà degli anni 60 il paese cominciò a svuotarsi: nel 1972 venne soppressa la scuola, ormai con pochi alunni, e nell’85 venne abolita la fermata del treno a “Caranzano-Sant’Andrea”, e infine nel 1990 chiuse l’unico negozio. Tutte le questioni e le incomprensioni sembrano riassorbite in un lungo silenzio delle case e delle cose….. fino a quando nel 2009 non è arrivata l’energica Monica Lanfranco, femminista di lungo corso, ( più esattamente “femminista, giornalista, scrittrice e formatrice sul parità di genere e conflitto”) ad aprire la sua “ALTRADIMORA, Officina di Saperi Femministi”.

Nonostante i “segnatempo” assai presenti – il campanile a ridosso della casa e un gallo particolarmente mattiniero e tenorile – mi sono accorta che qui ad ho perso il senso del tempo. La scansione del campanile è astratta, e diventa quasi un suono di campana rituale, un mantra. All’interno di questo tempo ritmato e astratto, la mente finalmente si perde – dopo tanto e fin troppo agire meccanico e utilitaristico – in sogni vividi, in ascolti di rane e grilli, in osservazioni minuziose di vigneti e noccioleti. Scrivere diventa parte di un flusso, naturalmente.

Nel flusso, seduta al tavolo della veranda, leggo alcuni passaggi dalla presentazione che Monica Lanfranco ha preparato per ALTRADIMORA, sua ma aperta generosamente ad altri “Qui si prova a costruire e a offrire momenti di comunità con ottica femminista, (aperta anche a uomini scelti). Altradimora è un luogo dove sostare per un giorno, o molti giorni, dove si può anche soggiornare solo per riposare, andare alle terme, proporre un seminario e partecipare agli appuntamenti di Officina dei saperi femministi, che si svolgono dal 2009 ogni settembre, e spesso anche a giugno.
Ma Altradimora è soprattutto un luogo nel quale si fanno incontri, riunioni, seminari, eventi, cercando di recuperare uno spirito di condivisione e autogestione andato perduto e in voga negli anni ’70, proponendo argomenti di studio e discussione con ottica di genere.
Dal 2009 sono stati attraversati nei seminari residenziali di Officine vari argomenti, tra cui l’economia solidale, la storia delle donne, la nonviolenza, le scelte riproduttive e il fine vita, l’insegnamento, la relazione tra madri e figlie, la sessualità.
Dal 2009, la rivista Marea ha organizzato cinque appuntamenti seminariali di tre giorni ciascuno ad Altradimora, ospitando circa dalle 30 alle 50 partecipanti su questi argomenti: nel 2009 Il corpo indocile: autodeterminazione nelle scelte della vita e del fine vita; nel 2010 Corpo a corpo: rapporti e conflitti tra generazioni di donne; nel 2011 Tutto su mia madre- luci e ombre dell’essere figlie, madri e non madri, nel 2012 a giugno Prendi i soldi e scappa: denaro, potere, dono, gratuità e a settembre Storia delle donne storia di donne, nel 2013 Politica: sostantivo femminile, nel 2014 Nonviolenza e femminismo, nel 2015 a giugno In-segnare: come trasmettere i saperi e a settembre Quale libertà nel mio piacere: sessualità, eros, desiderio.
Tre le facilitatrici ai seminari abbiamo avuto Lidia Menapace, partigiana, Erminia Emprin Gilardini, Giancarla Codrignani e Laura Cima, parlamentari, Rosangela Pesenti, scrittrice e terapeuta, Mina Welby, attivista radicale, Beatrice Monroy, scrittrice e narratrice, i gruppi teatrali L’una e l’altra (Trieste), Interezza (Torino) e Stregatti (Alessandria). In tutte queste occasioni sono stati registrati gli interventi e messi on line su www.radiodelledonne.org e poi realizzati numeri speciali della rivista.Entrando nel sesto anno da quando Altradimora e l’idea di Officina dei saperi femministi (così si chiama il soggetto che propone i seminari) sono germogliate penso che il problema non ancora risolto sia quello, annoso e condiviso dalla maggior parte dei luoghi di donne, della povertà delle risorse economiche, a fronte, al contrario, della ricchezza delle idee e dei progetti che abbiamo.
Il tentativo di partecipare a bandi regionali o nazionali per accedere a finanziamenti è fin qui stato fallimentare, in parte perché i bandi sono complessi e i titoli richiesti sono un vero percorso di guerra, perché il tempo da dedicare alle questioni tecnico burocratiche è enorme, perché siamo poche a potercisi dedicare e in molte ad essere povere e quindi diventano farraginose le ricerche di partenariato: molte relazioni sia personali che politiche tra gruppi e singole si infrangono, in tempi di penuria, quando si tratta di dividersi la scarsa economia disponibile, e questo è uno dei punti (dolorosi e sui quali la reticenza è altissima) sul tema del denaro che ancora non siamo riuscite a dipanare.
Resta il fatto che Altradimora è una scommessa sul futuro in tempi presenti di buio e di povertà: quello che accade ogni volta che ci incontriamo, mi pare, è il segno che l’offerta di luoghi non rituali e preconfezionati di scambio ed elaborazione, unitamente poi al fatto di tesaurizzare ciò che accade lì e renderlo disponibile con la rivista e la radio, è ancora un bisogno reale di molte, e una opportunità anche per donne di età diverse che non hanno alle spalle una formazione femminista o politica di lunga data. Pur pensando, e sapendo, che nulla è eterno e che l’Italia non è terreno, non solo ora per via della crisi ma da decenni, dove hanno successo le imprese di condivisione collettiva (al contrario di luoghi come Salecina in Svizzera, o delle case delle donne in Svezia e Spagna, solo per citare alcuni esempi) sono convinta che continuare a fare proposte di elaborazione sui temi relativi alla differenza di genere, e proporre anche appuntamenti aperti agli uomini, sia non solo una forma di resistenza, ma anche un investimento doveroso.  Dal 2015 è partita anche la proposta di Altradimora aperta, che vuole essere la prima proposta italiana di free sharing culturale per artiste, artigiane e intellettuali (anche uomini) che cercano un luogo dove creare”

La presentazione è interessante, ma ancora più interessante è la condivisione concreta del tempo, del lavoro e dei pensieri nella grande casa a due piani, con vari spazi all’aperto, compreso uno spazio sul retro che presto accoglierà un orto. In questi spazi e in questi tempi condivisi, ho registrato un’intervista a Monica Lanfranco.

DOMANDA: Perché proprio a Caranzano, a cui non ti lega una storia di famiglia?

RISPOSTA: Sono sempre stata in case di famiglia (a Genova sono tornata a 40 anni nella casa dove sono nata e dove ho vissuto fino a 20). A Calcinara, nella Val Fontanabuona, vallata ligure povera e infestata dagli scorpioni, sono stata sin da piccolissima fino a 35 anni, alla nascita del mio secondo figlio. Per un anno ho provato a cercare in Liguria un luogo che permettesse di offrire residenza e che avesse anche spazi grandi di condivisione, ma la Liguria è inarrivabile e ha purtroppo lasciato cadere il suo patrimonio storico abitativo in campagna. Così, non sentendo nostalgia né del mare né del sole, ho optato per il Piemonte, e le terme, che mi avvicinavano un po’ al nord che amo.

DOMANDA: Vorrei iniziare questa conversazione da qualcosa di molto specifico, ovvero dal numero 2/2008 della rivista “Marea. Donne: ormeggi, rotte, approdi”, da te diretto, dedicato al tema “Casa Dolce Spietata Casa”. Il tema della casa e le donne viene indagato nella rivista da vari punti di vista, tutti interessanti, ma l’articolo che mi ha colpita di più è stato quello di Lucia Berardi, intitolato “Cohousing per tutte?”. In un percorso dall’autobiografico al generale, la Berardi individua la necessità di spazi di vita che non siano solo personali ma che siano anche luoghi condivisi, materialmente e simbolicamente. Mi piace iniziare a parlare di ALTRADIMORA a partire da questo. Come si è inserito il progetto di ALTRADIMORA nel tuo percorso di giornalista e attivista femminista?

RISPOSTA: Un’amica ha detto che sono l’unica femminista italiana che ha investito l’eredità di famiglia in un luogo non solo per me. Nel primo periodo della mia vita sarebbe piaciuto aprire una libreria, a partire da una mia esperienza di lavoro giovanile, ma è un bene che la possibilità sia arrivata più tardi, quando il bisogno di andare via da Genova si è coniugato con l’idea di realizzare un progetto che fosse insieme di tipo politico conviviale nel quale convivessero la formazione sui temi che io tratto e anche l’accoglienza, essendo io un’allieva di Lidia Menapace che pratica la via alcolica e culinaria al femminismo e anche al socialismo, essendo una delle fondatrici del Manifesto. L’occasione è stata una struttura che ho trovato in Piemonte, vicino ad Acqui terme perché qui le strutture sono grandi, la casa che ho scelto è addirittura doppia, essendoci anche una dependance, e questo permette di accogliere molte persone insieme, di fare teatro, di fare seminari, danza, video. Come giornalista, il mio mestiere sono le parole, anche se poi mi piace definirmi più un’artigiana dell’informazione che una scrittrice, ma mi piace pensare anche che l’uso delle parole si impasti con il fare da mangiare, accogliere le persone, mettere le coperte sui letti.. mi aiuta a pensare alla vita come un puzzle, come un grande mosaico.

D: Anche nelle strutture europee che ho visitato, anche se sono grandi strutture statali o istituzionali, si vede la differenza se la gestione è affidata ad una donna o ad un uomo. Dal momento che i luoghi del femminismo sono in gran parte ora chiusi o hanno perso di richiamo o di energia, queste residenze di scrittura come ALTRADIMORA possono essere un’alternativa valida?

R: Dirsi femminista vuol dire guardare il mondo criticamente, andando oltre a quello che appare, ma che prova a costruire una forma alternativa a quello che c’è. Il primo femminismo non ha mai praticato la riflessione e l’accoglienza, e quindi è un’occasione ora, in termini glocal, ovvero partendo dalla piccola esperienza ed arrivando alla dimensione mondiale. Si può in questo senso partire anche da una dimensione privata (uno spazio di una persona privata, come questo) e farla diventare man mano una dimensione pubblica. In Italia non è facile, perché c’è un senso di possesso materiale molto forte, non si riesce nemmeno a spartire la casa per le poche settimane, per le vacanze, cosa che all’estero si fa di più.

D: Il discorso del “cohausing” di cui parla Lucia Berardi in “Marea” risponde molto ad un’esigenza che si è man mano diffusa, come al solito più all’estero che in Italia, e che parte da esigenze non solo economiche ma anche di forme accoglienza adatta alle evoluzioni della società e della convivenza.

R: Bisogna ragionare sull’asse spazio/tempo quando si sviluppano i progetti, in realtà abbiamo l’abitudine a pensare ai bisogni come cose immutabili, stabilite una volta e per tutte. Il corpo cambia, e di conseguenza anche l’asse spazio/temporale cambia. Bisogna che la trasformazione parta dal corpo, dalle sue variazioni lungo il corpo della vita, questo vale per l’architettura, per la medicina e anche per i luoghi dell’abitare. Bisogna concepire le cose in maniera dinamica. A me piacerebbe pensare anche a luoghi misti, un’Officina con scrittori e artisti ma anche con tante altre modalità, tanti artigianati.

D: La cosa interessante di alcune delle Writers Houses in Europa è che, oltre ad ospitare autori/autrici per brevi periodi, hanno anche progetti strutturali, ad esempio raccolta di Fondi bibliografici specifici, come ad esempio la Maison de la Poesie di Marsiglia. Mi sembra di capire che anche qui ad Altradimora ci sia l’intenzione di creare un fondo permanenti di libri, riviste e materiali della storia delle donne.

R: La cross-medialità è una delle risorse straordinarie dell’era digitale. Penso ad un luogo come questo dove si fanno incontri tematici, che vengono ripresi, messi in internet a disposizione di tutti, attivando quindi anche una memoria virtuale degli eventi. Prima ancora dell’evento c’è il numero monografico della rivista Marea. Poi c’è anche la memoria storica, lasciti di biblioteche di donne che sono state importanti per la storia delle donne. Ad esempio c’è la nutrita biblioteca di Ermenegilda Uccelli Gravoni, che fu la prima femminista italiana a capire l’intreccio fondamentale tra genere e tecnologia. Fu la prima a creare un sito, che è poi diventato un portale per le nascenti iniziative delle iniziative femministe. Il marito ha lasciato ad Altradimora tutto il fondo bibliografico, ci sono anche alcune raccolte di riviste femministe introvabili, ad esempio Orsa Maggiore, Mezzocielo etc. E’ un patrimonio inestimabile non solo per gli studenti e gli studiosi, ma per chiunque voglia accedere a quel tipo di sapere. Ho anche alcuni materiai di Sandra Verda.

Per finire, il consiglio di lettura di Monica Lanfranco per ampliare il tema del dimorare è La difesa di Shora, di Joan Slonchevsky, un libro di fantascienza utopica femminista.